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Anna, antropologa nonvedente
Press-IN anno I / n. 1274
Repubblica.it del 03-06-2009
Anna, antropologa non vedente: “Vi racconto la mia Africa”
PARMA – “Non credo che essere cieca abbia condizionato la mia esperienza in
Africa. Percepire la realtà senza vederla è la mia normalità”. Anna Vittoria
Sarli, giovane antropologa parmigiana, sorride dietro i suoi grandi occhiali
scuri. Dal candido colorito della sua pelle non si direbbe che abbia appena
trascorso una settimana in un villaggio sperduto nella savana. Forse per questo
indossa un abito estivo dai motivi inequivocabilmente africani. “Certo -
aggiunge – se una mia cara amica non mi avesse accompagnato avrei avuto più
difficoltà, perché mi sarebbero mancati i punti di riferimento a cui sono
abituata. Ma credo che la mia disabilità suscitasse ammirazione negli africani”.
E non solo in loro.
E’ facile rimanere colpiti dall’idea che una 26enne non vedente abbia potuto
affrontare con tranquillità un viaggio impegnativo per chiunque. A migliaia di
chilometri di distanza, sotto il caldo torrido, tra i villaggi della savana,
dormendo per settimane nelle capanne d’argilla, sulla sabbia, senza acqua
corrente, protetta da una zanzariera che scongiuri la malaria. Anna, però, non
sembra scomporsi. “So di passare meno inosservata – spiega – ma mi infastidisce
che ci si concentri solo sulla mia cecità: non è la sintesi della mia persona. E
spesso crea intorno a me un alone che distorce la realtà”.
La sua non è fatta di colori, di sguardi. Ma di suoni, rumori, contatto con la
terra. E storie. Quelle che la persona accanto a lei le racconta per descriverle
il mondo che sta attraversando. Così del Senegal ricorda le grida dei ragazzi
che sui car rapide, i bus di Dakar, annunciano ai passeggeri il nome delle
fermate. Le risate rumorose degli abitanti dei villaggi, le prese in giro dei
bambini. E il rapporto con il suolo, con la polvere, che pervade ogni angolo e
sembra entrare sottopelle.
Anna c’è stata due volte. Prima nel 2007 per una ricerca, durata due mesi, con
cui si è laureata in Antropologia all´università di Modena. Poi questa
primavera, alla fine di aprile, quando è tornata per dieci giorni negli stessi
villaggi, dove suo padre ha avviato un progetto di educazione sanitaria.
Leopoldo Sarli è chirurgo all´ospedale Maggiore, docente alla facoltà di
Medicina di Parma e presidente del corso di laurea infermieristica, ma prima di
tutto si definisce un ricercatore, un curioso. Ed è anche un eccellente
fotografo.
Una figura forse un po´ ingombrante per Anna, che ha preferito farsi
intervistare da sola. “Non amo lavorare con mio padre. Preferisco essere
indipendente, tanto nella vita quanto nella mia professione. Ma mi faceva
piacere ricambiare in qualche modo l´ospitalità delle comunità senegalesi che mi
avevano accolto mentre preparavo la tesi, perciò ho accettato di collaborare con
lui”.
Lo stesso Leopoldo ha bisogno di sottolineare questa distanza, quasi un tacito
accordo con una figlia che, diventata adulta, sente la necessità di emanciparsi.
“Ognuno di noi ha vissuto la sua Africa, separatamente. Lei da antropologa, io
da responsabile del progetto di cooperazione”. L´idea è nata nel 2007, quando è
andato a trovare Anna mentre faceva ricerca in Africa. “Io e mia moglie -
racconta – avevamo sempre avuto interesse per le popolazioni migranti che
arrivavano dal sud del mondo e quella è stata l´occasione per entrare in
contatto con una realtà diversa e affascinante”.
Un´esperienza così intensa da sentire l´esigenza di stringere un legame più
stretto con la gente del luogo. “Gli operatori sanitari dei villaggi che avevamo
visitato ci avevano spiegato le loro difficoltà nel gestire da soli comunità di
centinaia di persone. Erano pochi e avevano una preparazione insufficiente”. E’
nato così un progetto di cooperazione con l´università di Parma, che offre corsi
di formazione agli infermieri di Dakar.
E qui entra in gioco Anna. “Avevamo bisogno – spiega il chirurgo – di capire se
il modo in cui stavamo operando era quello giusto. Così ho chiesto a mia figlia
di contribuire al progetto con una ricerca antropologica che scoprisse come gli
abitanti percepivano il nostro lavoro”. E lei non si è tirata indietro: “Sentivo
di dovermi sdebitare con il villaggio”.
Così sono tornati in Senegal, un Paese che all’inizio per loro era circondato da
pregiudizi e ora è diventato un posto familiare, una seconda casa. “E’ stato
bello ritrovare tutte le amicizie che avevamo lasciato”, ricorda Leopoldo. “Se
sto investendo tanto in questo progetto è perché capisco cosa significa perdere
le proprie radici”. E’ arrivato da Taranto a 17 anni, per studiare medicina e ha
faticato per integrarsi e costruirsi una nuova vita. “Mia figlia è un’immigrata
di seconda generazione”.
Forse per questo ha concentrato il suo dottorato e il suo lavoro all’Ismu,
l’istituto di studi sulla multietnicità di Milano, sui migranti. “La cosa che mi
è mancata di più tornando a Parma – racconta l’antropologa – è stata la vita di
comunità. A volte quando ero lì avevo bisogno di silenzio, ma mi ha fatto
piacere ritrovare quel modo tutto africano di scherzare rumorosamente, parlare a
voce alta, divertirsi in modo sguaiato. Fa parte di una dimensione relazionale
molto forte e intensa che qua non esiste”. Ma non per questo Anna ha sofferto di
mal d’Africa. “Non c’è motivo di provare nostalgia: ho l’Africa anche qua e so
che ci tornerò”.
