lug 07

Mettiamo gli occhi a dieta

OCULISTICA / LE MISURE DI PREVENZIONE. Un’alimentazione a base di frutta,

verdura e pesce. Le virtù dello zafferano. E poi lenti giuste per schermare il

sole. E gli accorgimenti per il computer. Dalla scienza nuove strategie per

proteggere la vista Proteggere gli occhi.

Magari con lo zafferano. Ci sta provando Silvia Bisti, ricercatrice dell’Università dell’Aquila in trasferta all’Università di Sydney all’Arc Centre of Excellence in Vision Science. Negli animali di laboratorio la deliziosa spezia è capace di prevenire la degenerazione maculare collegata all’età, e oggi in Australia la scienziata italiana sta organizzando tutto per capire se conserva le stesse proprietà anche sui malati: se ha davvero straordinarie capacità protettive nei confronti dei neuroni che nella retina assorbono la luce, e che la malattia lentamente uccide. Lo studio è di quelli che gli scienziati chiamano ‘groundbreaking’ perché entra dritto dritto nella controversa questione di come si possano prevenire le malattie degli occhi: un intero filone di ricerca che da anni prova a mettere in relazione i singoli componenti dell’alimentazione, così come la dieta nel suo insieme, con le malattie più comuni come la cataratta o la degenerazione maculare.

I risultati però fino a oggi sono stati sempre assai interlocutori.

“Ciò che stiamo scoprendo sugli animali è che lo zafferano è molto più di un

antiossidante: per esempio, sembra coinvolto nella regolazione del metabolismo degli acidi grassi, e questo potrebbe spiegare come mai la membrana del fotorecettore risulti protetta in condizioni di stress”, spiega Bisti: “Abbiamo visto che lo zafferano protegge l’occhio dal danno tipico che si ha in seguito a un’esposizione eccessiva al sole, e rallenta anche l’evoluzione di malattie genetiche che portano a totale cecità come la retinite pigmentosa. Questi effetti dipendono probabilmente dal fatto che la spezia, anche se non può fare nulla sui fotorecettori che muoiono, riesce tuttavia a proteggere quelli che stanno soffrendo, rallentando o impedendo la loro perdita definitiva”.

Lo studio australiano dirà se da queste considerazioni si potranno estrapolare terapie preventive vere e proprie.

Perché di studi non proprio convincenti su questo tema ce ne sono molti.

Come spiega Laura Rossi, biologa nutrizionista dell’Inran che di recente ha partecipato a una revisione sistematica della letteratura per conto dell’Autorità garante della pubblicità, effettuata per scovare eventuali pubblicità ingannevoli: “Se parliamo di singoli componenti o di supplementi vitaminici che dovrebbero prevenire le malattie degenerative dell’occhio in un soggetto sano, fino a oggi non vi sono prove che dimostrano che qualche sostanza abbia un effetto protettivo. Neppure le molte ricerche fatte su sostanze quali la luteina e la zeaxantina, due membri della famiglia dei carotenoidi (che ne comprende quasi 700) presenti nell’occhio e per questo candidate ideali a un possibile effetto protettivo, sono approdate a nulla: la Food and Drug Administration statunitense ha di recente affermato che non vi sono motivi per raccomandare un integratore nella prevenzione della cataratta. E lo stesso si può d ire delle ricerche condotte su vari estratti di mirtillo”.

Leggermente diverso è il discorso per le persone che già soffrono di una maculopatia: alcune ricerche suggeriscono che sostanze quali le antocianine dei mirtilli possano ritardare l’evoluzione della malattia.

Ciò che invece sembra avere un ruolo è la dieta nel suo complesso. È delle scorse settimane, per esempio, la pubblicazione di due studi complementari sugli ‘Archives of Ophtalmology’ dedicati alla degenerazione maculare: nel primo è stato dimostrato che una sola porzione di pesce alla settimana è associata a un calo nell’incidenza della malattia del 31 per cento, e che se le porzioni settimanali sono due la diminuzione è del 35 per cento; nel secondo è invece emerso che una dieta ricca di acidi grassi nocivi è collegata a un aumento di casi di degenerazione del 76 per cento, mentre qualora essa preveda meno grassi idrogenati si ha un calo dell’incidenza della malattia del 15 per cento.

C’è poi un ambito in cui la dieta è particolarmente importante: quello dei danni inferti dall’esposizione ai raggi solari. Spiega in merito Marco Marenco, oculista dell’Università Sapienza di Roma ed esperto dell’Agenzia internazionale per la prevenzione della cecità (Iapb Italia): “I raggi del sole producono un’ossidazione che alla lunga danneggia diverse strutture dell’occhio: quando ci si espone, è sempre opportuno avere un surplus di antiossidanti naturali, e cioè consumare frutta e verdura fresche in quantità”.

Oltre a una riserva di antiossidanti, l’occhio va poi protetto con una barriera fisica adeguata, cioè con gli occhiali, sull’importanza dei quali, secondo gli esperti dell’Iapb, c’è ancora troppa poca consapevolezza, se è vero che solo il 14 per cento degli italiani difende adeguatamente i propri occhi dal sole. L’occhio va preservato sia dagli agenti fisici quali il vento, che riducono la lacrimazione e rendono le strutture più vulnerabili, sia dall’azione diretta dei raggi solari, che arrecano danni a breve e a lungo termine. E i più delicati sono i bambini, che spesso si espongono per molte ore senza sapere che stanno danneggiando parti dell’occhio che si riveleranno più fragili quando saranno adulti. Così come più delicati sono gli occhi più chiari, perché hanno una minore pigmentazione e sono quindi meno naturalmente protetti.

Gli esperti consigliano quindi di scegliere sempre occhiali da sole. “Le lenti migliori sono quelle certificate Ce dai produttori, che filtrano efficacemente i raggi Uv e che andrebbero portate ogni volta che ci si espone al sole. Ci sono poi persone che hanno difficoltà di adattamento e che per questo possono avere bisogno di lenti che attenuino gli sbalzi di luce, per esempio mentre guidano, o soggetti a rischio per esempio di cataratta, che devono avere una protezione particolarmente alta. Costoro dovrebbero chiedere un consiglio al proprio oculista prima di comprare gli occhiali da sole, per limitare al massimo ipericoli”, sottolinea Marenco.

Le lenti non sono dunque tutte uguali; quelle comunemente in vendita bloccano fino al 70 per cento dei raggi Uvb e fino al 60 per cento di quelli A: in presenza di qualche fattore di rischio specifico è meglio scegliere lenti più protettive. È bene quindi prestare attenzione all’indicazione del filtro: tra quelle in commercio ve ne sono alcune schermate ma non filtranti, e questo può peggiorare gli effetti nocivi del sole perché la pupilla, nel tentativo di compensare l’oscurità prodotta dal colore scuro, si allarga e offre una maggiore superficie ai raggi che entrano. Ci sono poi lenti più filtranti, che riescono a intercettare fino al 95 per cento di raggi Uvb e il 60 per cento degli Uva e, infine, lenti dedicate appunto a persone che hanno un rischio maggiore della media, alle quali si consiglia di filtrare fino al 99 per cento dei raggi Uvb e sempre il 60 per cento degli Uva.

Non servono praticamente a nulla, invece, le lenti chiamate genericamente da riposo e consigliate, talvolta, a chi sta molto al computer. Spiega in merito Filippo Cruciani, della Clinica oculistica Umberto I della Sapienza di Roma: “Un uso anche prolungato dei terminali non conduce mai a una situazione patologica, soprattutto con gli schermi attuali. Può invece dare origine a un affaticamento, che però in genere sopraggiunge se si ha già un difetto visivo non adeguatamente corretto. L’unica regola è quindi quella di portare gli occhiali giusti, ma solo qualora ve ne sia la necessità”. Per lavorare in condizioni ottimali è poi bene non avere sorgenti di luce alle spalle, porre lo schermo alla giusta distanza in base all’età, e dargli l’inclinazione più adatta. Queste sono le uniche indicazioni che gli esperti suggeriscono a chi sta molte ore al computer, perché l’occhio è un organo estremamente adattabile e non esistono regole rigide valide per tutti.

Cattive notizie, invece, per chi si è appassionato agli esercizi oculari, che il passaparola indica come un toccasana per difetti quali l’astigmatismo e la miopia, basati sul coordinamento tra le mani e gli occhi, oppure su normali movimenti dell’occhio o, ancora, sulla concentrazione della vista su fonti di luce bianca lampeggiante: uno degli ultimi studi, pubblicato nel 2009 su ‘Physiological Optometry’ dai ricercatori dell’Università di Bradford, ha concluso che non vi sono evidenze che gli esercizi funzionino. Tranne che in un caso: secondo uno studio degli oculisti del Pennsylvania College of Optometry di Filadelfia, apparso su ‘Optometric Vision Science’, alcuni esercizi specifici aiuterebbero chi soffre di sdoppiamento della visione, di deficit nella messa a fuoco e di alcune forme di strabismo, disturbi che nel complesso interessano una persona su cinque ma che possono essere curati anche con il giusto allenamento.

L’Espresso del 03-07-2009

Leave a Reply