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Disabilità no limits. “Io, senza gamba, scalo una vetta da 5.600 metri”
Articolo segnalato da:
Press-IN anno I / n. 2144
Dire del 09-09-2009
Sette volte campione di sci di fondo e primo atleta con protesi all’arto inferiore a domare la vetta dell’Alpamayo, la più alta del Caucaso. Gianfranco Corradini si prepara a un’altra sfida grazie ad una protesi speciale
ROMA – “Tu sei fortunato. Male che vada, ti congeli una gamba sola”. E scoppia in una fragorosa risata. È con una battuta dei suoi amici piu’ cari che Gianfranco Corradini, classe ‘55, atleta disabile, racconta cosa lo aspetta il 10 settembre, quando iniziera’ l’ascesa al monte Elbrus, 5.642 metri, la cima piu’ alta del Caucaso russo. Gia’ sette volte campione di sci di fondo e con alle spalle un curriculum d’alpinista di tutto rispetto, Corradini partira’ alla volta dell’Asia per battere un altro record, dopo quello del 2007 quando fu il primo atleta con protesi all’arto inferiore a domare la vetta dell’Alpamayo, sulle Ande peruviane (5.947 metri). Anche se, ora, preferisce non pensare alla “montagna piu’ bella del mondo” (cosi’, l’ha definita l’Unesco) ma “concentrarsi sulla scalata”. “Quella dell’Alpamayo – racconta – e’ stata una scalata piu’ tecnica. Una parte del percorso, almeno 600 metri, era interamente ghiacciata e con una pendenza del 70%. In questo caso, invece, il problema maggiore saranno i bruschi cambiamenti climatici”. Unico elemento lasciato al caso, quindi, la meteorologia. Per il resto, un allenamento studiato a tavolino (”Mi alleno 4-5 volte a settimana, andando in bici, camminando e salendo in quota. Senza esagerare, altrimenti sforzo troppo la gamba”) e una fede incrollabile nelle proprie capacita’. L’alpinista della Val di Non, che piu’ di vent’anni fa perse la gamba sinistra in un incidente automobilistico, e’ la prova vivente che le barriere sono, a volte, solo mentali. Grazie all’ausilio di una protesi speciale per l’alpinismo progettata dall’Inail di Vigorso di Budrio, Corradini si e’ inerpicato un po’ ovunque: dal Monte Bianco alle Punte Gnifetti, da Bishorn e Burnaby nel Gruppo del Rosa, passando per Weissmies, Grossglockner, Piz Buin, Cevedale, Cima Ortles e Gran Zebru’. E poi ancora, su per il Palon de la Mar, il Monte Rosole e il San Matteo.
Instancabile, non si e’ risparmiato pericolanti arrampicate su pareti di ghiaccio e neve, con pendenze che sfiorano il 70%, come Presanella, Cristallo e Marmolada. Scalare, sciare, sono state “la mia rivincita sull’handicap”, dichiara lui che, pur, facendo parte di una famiglia di sportivi, prima dell’infortunio, a soli 22 anni, non era un atleta cosi’ appassionato. “Dopo l’incidente, ho iniziato a fare della passeggiate che, con il tempo, diventavano sempre piu’ lunghe. A un certo punto, ho iniziato a salire. E da quel momento non mi sono piu’ fermato”. L’incontro che gli ha cambiato la vita e’ stato quello con Roberto Diaz, una guida alpina che l’accompagna da sempre nelle sue spedizioni. È lui, afferma, ad avergli dato l’input: “Dipende da te, mi diceva. Lo decidi tu, se vuoi andare piu’ in alto”. E Gianfranco, ha deciso. Perché, per lui e’ chiaro che “senza testardaggine, di montagna, non se ne riesce a salire nemmeno una”.
