ago 31 2009

Arco e frecce per un campione nonvedente

Tag: Esperienze, Sportpatrizia @ 10:58 am

SuperAbile.it del 27-08-2009

Massimiliano Piombo, 5 record mondiali con arco e frecce: “Dedicati ai miei tre bimbi”

Torna a Bologna da trionfatore, Massimiliano Piombo, che ha sbancato i Mondiali di Arco di Nymburg segnando 5 record mondiali senza avversari. Per questo non è stato acclamato campione del mondo, “ma ai miei bimbi ho detto di esserlo, non potevo deluderli”

ROMA – Non è campione del mondo di arco, per ironia della sorte, ma cinque record, cinque, li ha segnati lo stesso, prodigiosamente. Parliamo di Massimiliano Piombo, bolognese, non vedente e 36enne, del Castenaso Archery Team, e talento assoluto degli ultimi Mondiali di Tiro con l’Arco, celebrati in Repubblica Ceca a Nymburg, pochi giorni fa. Il Tecnico Nazionale Marco Pedrazzi, alla vigilia della partenza, lo aveva pronosticato, almeno un record, e aveva lamentato l’assenza di altri concorrenti e Nazioni, nella categoria di Massimiliano, V1, cosa che non avrebbe consentito l’assegnazione del titolo.

Così è stato, per regolamento. Massimiliano, però, ha superato se stesso, portando a casa più di un titolo iridato, un mucchio di record: nei 60 cm, 80 cm, 122 cm, totale 144 frecce e scontro individuale. Le prime due distanze si tirano a 36 frecce, lo scontro individuale a 12.

Come commenti questi risultati eccezionali, che ti senti di dire? “La soddisfazione più grande è stata essere rimasto ai Mondiali, non aver abbandonato l’idea di gareggiare, pur sapendo di non poter ottenere il titolo”

Ma come capita che non ci siano concorrenti nella tua categoria, non vedente B1?

“Per esserci ci sono, ma molte Nazioni non hanno inviato atleti perché poco competitivi, non in grado di arrivare a punteggi alti, altri invece volevano tirare con sistemi diversi dal mio”

Cioè?

“Io tiro con il mirino tattile, loro volevano tirare legando l’arco al paglione con un filo, ma questa modalità a livello internazionale non è riconosciuta”

Senza contare che in questo modo sono molto avvantaggiati

“Certo, hanno una traiettoria già impostata, invece non dovrebbero esserci collegamenti tra tiratore e bersaglio. Per me e tutti quelli come me, che usano il mirino tattile, c’è un dispositivo, sull’arco, un bastoncino che tocca il dorso della mano quando si è perfettamente davanti al paglione, poi la bravura sta nello scoccare la freccia perfettamente fermi e aggiustare progressivamente la mira in base al risultato fatto”

Però hai animo e carattere, e il titolo te lo senti addosso, pienamente. Vero?

“Di più, la mia vittoria personale è non aver desistito ed essere rimasto alla gara, e firmare 5 primati con punteggi alti come i miei è molto più che essere campione del mondo”

Anche se ai tuoi bimbi, Samuele, Simone e Olivia, hai detto di essere il più

forte di tutti

“Certo, per non deluderli. E’ a loro che dedico il mio Mondiale, ed a tutti quelli che erano qui a Nymburg con me, e mi hanno dato la grinta di farlo”.

Sì, perché in Repubblica Ceca ce ne erano tanti di amici e colleghi di Massimiliano, a parte il Tecnico Marco Pedrazzi, il suo primo e più forte sostenitore. C’erano i compagni di Nazionale, protagonisti anche loro di un mondiale memorabile. Per cronaca, segnaliamo due eccellenti quarti posti, di Antonino Lisotta (W2) e Fabio Azzolini (W1) e due quinti, di Elisabetta Mijno

(W2) ed Antonio Esposito (ST M).

(a cura del Cip)


lug 28 2009

Intervista a Enrica Papale

Tag: Esperienze, Intervistedaniela @ 9:18 am

“Perché fai quella faccia ?”

Questa è la domanda che mi fece A., ragazzo speciale con una caratteristica particolare, non vedente. Da quel momento in poi iniziai a riflettere sui diversi modi di vedere la realtà e pensai ad ogni punto di vista………….

Parlaci un po’ di te, come sei arrivata ad essere educatrice professionale e operatore pedagogico teatrale?

Mi chiamo Enrica Papale e ho 29 anni. Nel 2005 mi sono laureata in Scienze dell’ Educazione. Durante gli anni universitari ho fatto molte esperienze con i bambini lavorando per due associazioni culturali dove insegnavo attività motoria  e propedeutica della danza. Ora lavoro come supplente nelle scuole primarie e a volte, anche all’ interno della scuola, sperimento attività di laboratorio teatrale con i  bambini.

Danzo da quando avevo 8 anni, ho iniziato studiando danza classica, in seguito  mi sono avvicinata alla danza moderna e al modern Jazz.

Dopo l’università ho frequentato un corso biennale per operatore pedagogico teatrale; questa esperienza mi ha fatto comprendere come la danza nasca anche da un piccolo gesto, magari proprio da quelli quotidiani o più spontanei…e ho compreso anche quanto sia importante l’intenzionalità che si dà al gesto stesso, così mi sono avvicinata alla danza contemporanea e adesso studio sia danza classica sia danza contemporanea. Dopo il corso biennale è cambiato anche il mio modo di danzare e di concepire la danza. Ho sperimentato un percorso intenso sulla consapevolezza corporea, sulla relazione col sé e l’altro da sé, sulla fiducia, sulla creatività, sull’espressività e molto altro; tutto ciò mi ha portato a voler esprimere la fluidità e il “respiro” del corpo, riconoscendo l’importanza della tecnica nello studio della danza anche come mezzo per esprimere le proprie emozioni, prima invece pensavo che la tecnica fosse un limite, proiettando il corpo in schemi.

Cos’ è il modern jazz?

Il modern jazz è uno stile di danza che nasce come un’ esigenza di “spezzare le linee”, quelle della danza classica per intenderci. Per farti capire… ti posso dire come lo vivo o meglio vivevo io… I movimenti sono molto energici, a me piace molto perché è uno stile dove l’energia e la grinta devono uscire fuori più che mai.

Mi rendo conto che le mie tensioni muscolari sono notevolmente diminuite, l’avvicinarmi alla danza contemporanea ha contribuito a ritrovare l’armonia del movimento; probabilmente però se ricominciassi a studiare jazz il mio approccio con questo stile sarebbe diverso. Ora amo anche di più la danza classica perché trovo la morbidezza, l’ intenzionalità e l’emozione in ogni gesto, prima pensavo che lo stile classico non desse molto modo di esprimersi… invece devo ricredermi.

Come mai hai iniziato a lavorare con i ragazzi non vedenti ?

Mi è stato proposto di lavorare con i ragazzi non vedenti ed ipovedenti da una associazione di Genova. Ho iniziato così a lavorare con loro facendogli fare attività motoria, più precisamente ho condotto un lavoro sulla consapevolezza corporea. Continuando il corso di studi al teatro dell’ Ortica, ho iniziato a sperimentare con gli utenti quello che imparavo nei seminari e ho notato che “funzionava” bene. Dopo questa esperienza, a Gennaio del 2009 ho deciso di iniziare il laboratorio teatrale per ragazzi non vedenti ed ipovedenti. La metodologia si avvale degli strumenti teatrali per formare, curare e sviluppare la creatività di ciascuno. Solitamente inizio con un rilassamento profondo per arrivare ad una lenta presa di coscienza del sé e dello spazio circostante. Utilizzo oggetti mediatori ( palloncini, palline morbide…) per l’esplorazione del sé e dell’altro da sé; dal piccolo movimento inizia così il percorso di consapevolezza corporea fino ad arrivare ad un progressivo contatto con l’altro da sé e col gruppo. I temi principali sono: lo sviluppo della creatività, la conoscenza dello spazio, il lavoro sulla fiducia, sulla relazione ecc.. Il momento di esplorazione creativa con l’oggetto mediatore…diventa già teatro. Ogni incontro si conclude disponendosi in cerchio dove ci si confronta liberamente sulle proprie emozioni e sensazioni provate nel corso delle attività. Ogni incontro è monitorato e preparato ma si lascia, ovviamente, spazio a “come si sente” il gruppo in quella precisa giornata, quindi nel corso delle attività possono avvenire cambiamenti richiesti, direttamente o no, dal gruppo. Ti posso fare degli esempi per farti capire i risultati del lavoro: i ragazzi si sono resi conto di eseguire delle coreografie, hanno imparato a correre con maggior sicurezza…

Sinceramente i miei utenti non li vedo più “non vedenti”… devo pensarci…

e mi sento vista! Sembra assurdo ma è così…come quando ti senti dire “Perché fai quella faccia?”.

Da bambina avevo paura della disabilità…si ha paura di quel che non si conosce tutto qui.

Quali sono i problemi che incontri maggiormente e soprattutto come fai a risolverli ?

Con il tempo e la pazienza.

Devo stare molto attenta a quello che dico quando spiego gli esercizi affinché si capisca bene la mia consegna, questo mi aiuta a riflettere di più sul movimento. Se spiego esattamente quel che devono fare, rifletto costantemente anche io sulla qualità del movimento. Ho scoperto anche un altro modo per spiegargli al meglio come muoversi. Ad esempio gli faccio sentire i movimenti del mio corpo, spesso muovendomi unita a loro. il contatto è fondamentale.

Occorre stare attenti a come ci si pone agli utenti e al tipo di contatto. Bisogna cercar di essere delicati, rassicuranti ma anche decisi.

L’organizzazione non è sempre semplice, infatti non sono solo i partecipanti che vengono al laboratorio ma anche gli accompagnatori che, anche se contenti per il ragazzo/a, non possono avere il loro stesso entusiasmo in quanto non partecipano alle attività, inoltre, mettere d’accordo tutti non è facile. Teniamo presente che vengono accompagnate persone non vedenti ma adulte… l’età va dai 16 ai 34 anni.

Quali sono i tuoi progetti futuri?

Ho un po’ di progetti: innanzitutto continuare e sviluppare il laboratorio per i ragazzi non vedenti ed ipovedenti anche con alcune “novità” e ho intenzione di aprire corsi di sbarra a terra e di laboratorio teatrale per bambini…anzi per chi fosse interessato…li svolgerò dove svolgo anche il laboratorio con i non vedenti, presso “Il Melagrano – Centro comunicazione e linguaggio del corpo-” in Via della Libertà 10/A Genova, è la strada parallela a Piazza Paolo da Novi…è semplice arrivare!

Continuerò poi l’ aggiornamento partecipando a seminari e stage di danza e teatro e continuando a studiare danza quotidianamente; la formazione continua è fondamentale per questo tipo di lavoro.

Ti ringraziamo

Grazie a voi!

Dr.ssa Enrica Papale, educatrice, danzatrice con diverse esperienze di spettacoli di teatro e danza. Docente scuola primaria, attualmente conduce laboratori teatrali per giovani non vedenti ed ipovedenti.

INFO

Indirizzo e-mail enricapapale@yahoo.it

Per sapere i corsi in programma clicca qui

intervista realizzata da Daniela e Lucio


lug 23 2009

Il trionfo della bellezza amputata

LaStampaWeb del 22-07-2009

Il trionfo della bellezza amputata Natalie du Toit e Oscar Pistorius, entrambi sudafricani Natalie, a Pechino con una gamba sola .
Dai campioni dello sport alle modelle, l´handicap non è più una vergogna

ROMA. E´ il sogno che batte la vita», ha detto Aimée. Il sogno può vincere il male che ti ha preso e può darti il corpo che ti hanno tolto, e può farti vedere tutto quello che noi non riusciamo a vedere. Aimée Mullins è così bella con quel suo corpo irreale, così perfetta nell´estensione della sua figura artificiale, che la rivista «People» l´ha messa fra le 50 donne più belle del mondo, anche se il cielo le ha tolto le gambe da quando aveva un anno. E´ diventata quel che è grazie al sogno: «Io ho visto una possibilità dove gli altri vedono una limitazione». Ecco cos´è che fa chiedere al giornalista che incontra Simona Atzori,( LA DANZATRICE E PITTRICE SIMONA ATZORI MUSICA:ANTONIO CERICOLA dal BALLETTO “MAMMA DICE” coreografia PAOLO LONDI )- la danzatrice a cui la natura ha sfumato il corpo all´altezza delle ascelle, lasciandola così, come un automa, senza braccia -, se l´handicap, invece, esista solo nei suoi occhi, perché anche se si vede forse non c´è, forse è sconfitto, cancellato: per questo, il ballerino più grande di tutti, Roberto Bolle, l´ha voluta in tournée con lui e dice che «è la più brava».

E la ragazza del Sudafrica Natalie Du Toit corre senza una gamba contro le altre nuotatrici dal corpo perfetto, e le ha già battute, ha già vinto delle medaglie d´oro. Perché magari è proprio il concetto della perfezione che dobbiamo cambiare, come dice Aimée Mullins, questa stupenda modella, musa dello stilista Alexander McQueen, con il suo fisico statuario e le sue arti di plutonio, queste gambe finte, che forse sono più vere delle nostre: «il fatto è che l´uomo può farsi architetto della propria identità, disegnando un corpo che prenda il posto degli adattamenti graduali, tipici della natura». Ecco cos´è un sogno: la differenza della vita.

Solo così possiamo capire Hugh Herr, un ragazzino rimasto senza gambe, che s´è preso la laurea in medicina, un´altra in ingegneria al Mit di Boston, e poi il dottorato di biofisica ad Harvard, prima di inventare le gambe artificiali che fanno correre Oscar Pistorius, e che a chi gli chiede se per un miracolo rivorrebbe indietro le sue, risponde tutte le volte di no, senza pensarci un attimo, senza nemmeno rimpiangerci sopra qualcosa: «Sono meglio le mie protesi.

La gente pensa che il corpo umano sia perfetto così com´è, non migliorabile. E´ questo il suo errore». E´ che non sogni, se non hai un motivo per farlo. Aimée Mullins dice che «è il potere del sogno che cambia il mondo».

Centocinquant´anni fa, Darwin scrisse che «a sopravvivere non è la specie più forte, né la più intelligente. Ma è quella che meglio si adatta ai cambiamenti». Eppure, forse, stiamo andando oltre la visione darwiniana dell´evoluzione umana, come se potessimo farci davvero architetti della nostra identità, proprio come dice Mullins. E allora qual è la perfezione? Se uno scorre la voce «disabile» sul dizionario Webster dei sinonimi, legge: «storpio, impotente, incapace, rovinato, impedito, menomato, sciancato, zoppo, mutilato…». Ma è davvero questa la realtà di un handicap, o non piuttosto quella del velocista Lance Amstrong che batte il tumore perdendo un testicolo, e dopo si mette a vincere, sempre pedalando su una bicicletta, 7 tour de France di fila, prima di tornare a correre ancora adesso, a 38 anni? O non quella della non vedente Annalisa Minetti che diventa Miss Italia, partecipa al Festival di Sanremo, si sposa, fa un figlio e poi critica Gerry Longo, un altro non vedente che ha partecipato al Grande Fratello: «Non mi riconosco in lui, perché non condivido questa ossessione di voler sembrare normale a tutti i costi»? . Il fatto è che nel sogno non esiste mai la normalità. Una ragazza come Heater Mills, uscita da una infanzia miserrima, sbattuta fuori di casa a 13 anni da una madre col passato equivoco e un presente terribile, finita in ospedale senza una gamba dopo un incidente stradale proprio mentre cominciava a muovere i primi passi nel mondo della moda, che cosa poteva fare se non sognare disperatamente e inutilmente di diventare una cenerentola a cui restituire tutte le sue sfortune, l´amore, l´infanzia, i soldi, la vita, persino le scarpette di piedi normali, come quelli che abbiamo tutti noi?. Eppure Heater Mills è diventata davvero una splendida modella e poi la seconda moglie di Paul McCartney, prima di separarsi da lui con un divorzio ultramilionario.

C´è nella sconfitta dell´handicap un segreto che non sempre riusciamo a cogliere, o a capire. Dice ancora Aimée Mullins che quelli come loro «imparano a sentirsi a proprio agio nel disagio». Solo che non basta a spiegare l´orgoglio e la forza che si nascondono dietro anche i disabili che non sono famosi, che non hanno avuto le copertine patinate o qualche gara da vincere. Il grande pianista jazz Michel Petrucciani era nato con una malattia rara che rendeva le sue ossa fragili come foglie secche. Era alto più o meno un metro, e spesso per suonare doveva fisicamente spostarsi da una parte all´altra del piano. Poteva far ridere. Invece, è diventato un grande compositore, ha avuto tante storie d´amore con belle donne, ha girato il mondo e ha fatto due figli, uno dei due con la sua stessa malattia, come se non fosse più un incubo da sfuggire o da evitare.

Eppure, alla fine, il sogno non è quello di rendere normale l´handicap, ma straordinario il suo superamento. Hugh Herr ha detto una volta che non bisogna «credere nella perfezione come unico valore per una vita piena di senso». Perché è questo che il sogno è già riuscito a cambiare: l´idea di quella perfezione.


lug 21 2009

Oltre ogni ostacolo libera di esprimere la sua passione per la danza e per l’arte

Tag: Arte accessibile, Esperienzelucio @ 12:27 pm

Oltre ogni ostacolo libera di esprimere la sua passione per la danza e per l’arte

Simona Atzori, privata dalla natura delle braccia, danza, dipinge con i piedi.
La storia che stiamo per raccontarvi, oltre ad essere piuttosto toccante, mette ulteriormente in risalto anche se non ce ne sarebbe bisogno, che una disabilità non deve rappresentare un ostacolo verso la realizzazione di un sogno.
Bisogna credere nelle proprie possibilità, e quindi andare oltre le barriere che fanno di tutto per sbarrarci la strada che ci porta realizzare i nostri progetti.
Tutti i muri possono essere abbattuti, basta tirare fuori tutta l’energia che abbiamo in noi stessi.
Così ha sicuramente fatto Simona Atzori di Gerenzano “Saronno”, una ragazza davvero ammirevole per la tenacia con la quale ha inseguito i propri sogni, le proprie ambizioni.
Non ha le braccia, può fare affidamento solo sull’uso delle gambe.
Nonostante questo grave handicap, non ha rinunciato oltre che a praticare le sue passioni, ne anche a compiere i gesti più semplici che noi che le braccia le abbiamo e le possiamo usare, riusciamo a compiere senza alcuna difficoltà.
Così ha creduto nelle sue potenzialità, e ora danza con un grande professionista quale è Roberto Bolle.
Lo straordinario ballerino italiano, che ha raccolto un grandissimo successo in tutto il mondo.
Insieme, Roberto Bolle e Simona, faranno delle serate, nelle quali i fortunati che assisteranno alle esibizioni, potranno ammirare la straordinaria bragura di una ragazza che davvero a sfondato ogni muro che tentava di infrangere i suoi desideri.
Il 23 luglio al Teatro Greco di Taormina, il 25 luglio alla Fenice di Venezia.
Due serate nelle quali questa eccezionale coppia, darà vita ad uno spettacolo unico.
La giovane danzatrice interpreterà legami, una esibizione in coppia con un’altra ballerina ovvero Cristina Paolini.
Simona sin da piccola, ha avuto sempre una grande passione per la danza.
Frequentava dei corsi a Saronno, in una scuola collegata alla Royal accademy di Londra,
Tutto bene fino a 10 anni, fino a che sono arrivati degli esami, nei quali era necessario l’uso delle braccia.
Così poi Simona, ha cambiato strada.
Incontrando il coreografo Paolo Londi, si è vista aprire una porta che la ha portata al grande successo che sta tutt’ora riscuotendo.
Londi ha modellato un tipo di danza a misura di Simona, che precedentemente, ballava sulle punte.
La nostra fantastica ballerina, si è laureata in visual arts alla University of western Ontario in Canada con lode.
Simona ci tiene a precisare, che non si considera un simbolo della dance ability, anche perché ha sempre danzato con persone completamente abili.
Tutto ciò dimostrando la sua bragura senza alcun timore.
Nel 2000è stata ambasciatrice della danza al giubileo, ed è stata la prima ballerina a danzare in una chiesa.
Nel 2001, ha istituito un premio d’arte in suo nome.
Nel 2006, ha ballato alla cerimonia di apertura delle paraolimpiadi di Torino.
Come detto Simona, oltre ad essere una strepitosa ballerina, è anche una bravissima pittrice.
Come fa?
Indubbiamente vi starete tutti facendo questa domanda.
Vi garantiamo che lei ci riesce alla perfezione, ricorrendo all’uso delle dita dei piedi.
Con i piedi deve ovviamente compiere anche i gesti più comuni quali digitare un numero di telefono con il cellulare, oppure afferrare una tazza di te per poi berla.
Simona una ragazza, davvero speciale, che ha guardato oltre i limiti che la natura le ha imposto.
Ha saputo così trovare gli stimoli giusti per vivere una vita comunque piena di soddisfazioni, ed è riuscita in questo modo a realizzare tutti i suoi sogni.
Sull’argomento vedi anche:
http://pressin.comune.venezia.it/


lug 21 2009

La mia guida arrivata dagli Usa

Tag: Esperienze, Interviste, Pet Therapy e cani guidapatrizia @ 10:46 am

La Repubblica – Salute del 16-07-2009

“La mia guida Darien arrivata dagli States”

ROMA. A vederli insieme, Carmina e Darien, così affiatati, sembra che stiano insieme da anni. E invece sono “compagni” da un mese soltanto, da quando lei ha preso un aereo, da sola, ed è andata negli Stati Uniti dove la aspettava il suo bel labrador nero, professione cane guida. Carmina Martire è una psicologa calabrese di 49 anni, vive a Roma con il marito Alessio e lavora in banca. Ha perso la vista a 30 anni per una malattia degenerativa, la retinite pigmentosa.

“È stato un processo graduale che mi ha permesso di accettare l’idea”, racconta seduta sull’erba di un prato mentre Darien gioca con dei bambini, “e di cominciare a lavorare per ottenere una maggiore autonomia. L’anno scorso ho deciso di cercare un cane guida in Italia, scontrandomi con la prima difficoltà: un’attesa di un paio d’anni e una burocrazia scoraggiante”. E allora Carmina si mette alla ricerca di una soluzione alternativa. La risposta arriva dal web, da un sito americano, www.guiding eyes.org, una scuola non profit per cani guida, finanziata da donazioni private, che addestra cuccioli e li assegna a non vedenti. Tra questi c’è anche una italiana, Carmina la contatta e decide così di candidarsi. Spedisce una mail e la manager della scuola le risponde subito chiedendole la documentazione del suo caso. La commissione approva la richiesta e così Carmina, che intanto studia inglese intensivamente, parte per New York, da sola, tutte le spese a carico della scuola. Dopo un mese di training e una “prova” da sola con Darien per le strade di New York, i due tornano a casa, a Roma.

E qui cominciano le difficoltà. “C’è poco rispetto”, spiega, “le strisce pedonali e gli attraversamenti ai semafori sono quasi sempre occupati dalle macchine e il cane all’inizio non sapeva che cosa fare perché non era abituato a trovare i varchi occupati. Inoltre i nostri marciapiedi sono sporchi, e i cani si fanno distrarre dagli odori, e molti passanti accarezzano Darien mentre fa da gui da, facendogli perdere la concentrazione, cosa che negli Usa non farebbe nessuno. Da noi c’è ancora scarsa sensibilità, anche da parte dei vigili, che dovrebbero multare chi occupa i varchi. E ovviamente degli automobilisti che non pensano mai a quante persone rendono la vita difficile con un parcheggio scorretto…”.


lug 21 2009

Abissi senza segreti per i nonvedenti

Tag: Esperienze, Sportpatrizia @ 10:22 am

Il Cittadino del 20-07-2009

Abissi senza segreti per i non vedenti.

Gli specialisti della scuola hanno realizzato l´unico impianto del genere esistente in Italia. Abissi senza segreti per i non vedenti. All´Asinara il percorso realizzato dai subacquei laudensi.

ASINARA – Grazie alla Scuola subacquea laudense il parco nazionale dell´Asinara può vantare il primo percorso sottomarino per non vedenti d´Italia. I lavori di costruzione del tracciato sono stati eseguiti dal 10 al 21 giugno nella splendida cala dei Detenuti, da un team della scuola di quattro operatori in immersione capeggiati da Alfonso Gangemi, responsabile tecnico e coordinatore di superficie. Il principio è paragonabile alle strisce gommate in rilievo in ogni stazione ferroviaria, che consentono l´orientamento dei non vedenti: ma in questo caso, il circuito è 8 metri sotto il livello dell´acqua, nelle meraviglie del blu. Al posto dei sentieri di gomma, una cavo di 15 mm di diametro, posizionato a un metro e mezzo dal fondo appuntito dell´isola sarda, guida i disabili nell´esplorazione in assoluta sicurezza. Lungo il cavo, annodate funi verticali per riemergere in tutta velocità. Il merito della Subacquea laudense è duplice: oltre ad aver posizionato l´install azione per conto della Hsa Italia (didattica per le attività subacquee disabili), «la scuola ha finanziato personalmente il preliminare studio di fattibilità, la scorsa estate» spiega con orgoglio Gangemi. Studio di fattibilità che ha portato la scuola di Lodi ha “brevettare” il progetto dell´Asinara «i cui standard diventeranno il punto di riferimento per simili interventi in altre baie d´Italia» afferma Gangemi.L´immersione prevede che il non vedente si cali in acqua sempre assistito da due scout, o guide, la cui attività è di semplice supervisione: tranne in caso di emergenza, il disabile ha piena libertà d´azione. Lungo il circuito sono collocati oggetti segnalati da pilastrini, alla cui sommità è posta una tabella braille che precisa specie e caratteristiche del reperto sul fondo. Non solo, è possibile modificare gli oggetti dislocati lungo le derivazioni verticali, come anfore e reperti archeologici, per stimolare nuovi approcci cognitivi nel disabile. Il percorso implementa un´attività cerebrale chiamata surriscaldamento del senso: se la corteccia riceve una percezione sensoriale molto intensa, ricostruisce artificialmente le altre percezioni complementari: il tatto sono gli occhi di chi non vede. «Seguendo la fune, si possono toccare con delicatezza stelle marine, nacchere, conchiglie, piante marine, ricci. Siamo rimasti stupiti dalle capacità dei non vedenti: descrivevano alla perfezione quanto avevano accarezzato – spiega Gangemi -, l´abitudine a muoversi in acqua porta chi è affetto da cecità a incrementare sensibilmente il grado di autonomia fuori dall´acqua».


lug 09 2009

L’ipo-vedente è anche “ipo-giudicante”

Tag: Esperienzedaniela @ 9:07 am

Articolo scritto da Serena

Da circa un anno frequento la Scuola Genovese di Mediazione famigliare e Caunselling, consistente in un corso di specializzazione per Assistenti Sociali, Avvocati e Psicologi. Uno dei principi base per poter intraprendere un buon percorso di intervento con il cliente è “l’ascolto attivo”, cioè essere aperti ad ascoltare la storia della persona dal suo punto di vista, senza che l’operatore si faccia suggestionare e condizionare da luoghi comuni e pregiudizi. È importante accettare la storia del cliente così come lui la racconta, in quanto è lui l’esperto della sua storia, e da questa narrazione partire per lavorare sull’ “ipotetizzazione” e sul cambiamento; ma non deve essere un cambiamento imposto secondo la nostra “verità”, cioè secondo come noi leggiamo e interpretiamo la sua esperienza convinti di avere le chiavi della verità. Il lavoro con la persona deve essere un percorso di incentivi e stimoli per condurlo spontaneamente al “suo” cambiamento e alle sue soluzioni per risolvere la sua situazione. .

Ma adesso basta con la teoria… Vi racconto l’episodio che ho vissuto durante l’ultima lezione del corso che ho frequentato, così riesco anche a spiegare il motivo del titolo che ho dato a questo articolo.

Durante le lezioni noi studenti seguiamo le sedute di intervento, tenute dalla nostra Docente, attraverso uno specchio “unidirezionale”,con cui noi vediamo e sentiamo il colloquio che si svolge tra il cliente e il tecnico; tuttavia gli utenti non vedono dalla nostra stanza: loro percepiscono soltanto la presenza di un normalissimo specchio.

Durante l’ultima lezione, per problemi di illuminazione, l’immagine della stanza che arrivava a noi era oscurata; di conseguenza avendo io problemi di vista abbastanza accentuati, non riuscivo a percepire esattamente la fisionomia e le movenze della persone in colloquio, ma praticamente ho solo ascoltato l’interazione avvenuta tra le persone presenti nella stanza.

A tutti noi studenti, prima di iniziare, è stata presentata la persona che  si sarebbe sottoposta alla seduta, ovvero, un ragazzo di 37 anni, tecnico in una piccola ditta di informatica, che lui praticamente gestisce. Lui si vorrebbe separare dalla moglie, casalinga con problematiche psichiatriche accertate, ma M.(nome di fantasia) non riesce a prendere questa decisione in modo definitivo.

Dalla narrazione e dalle risposte di M. alle domande del terapista emerge che è una persona decisamente insicura, che ha molti problemi con le emozioni, e soprattutto ha problemi ad esternale: infatti racconta che, fin da bambino, non si ricorda di aver mai pianto… Dalla narrazione tuttavia si evince anche che si tratta di una persona molto intelligente che ha ben presente il suo problema e che riesce ad avere una valutazione critica di sé, della sua situazione e delle conseguenze che i suoi comportamenti hanno sulle persone che lo circondano.

Alla fine di ogni seduta, noi studenti tutti insieme confrontandoci, svolgiamo una rielaborazioine del caso appena visto. E così è accaduto anche in tale occasione… io ho subito esposto la mia interpretazione sulla persona basandomi solo su ciò che avevo ascoltato; che all’incirca è quanto ho scritto molto sinteticamente qui sopra. Gli altri mi sono stati ad ascoltare; e quando ho terminato di parlare vi è stato un attimo di silenzio, finchè una ragazza ha esordito dicendomi: “Ma come non hai visto?” La mia rispostata è stata: “Visto cosa”? A questo punto mi hanno descritto la persona; la quale si presentava con pantaloni, in alcuni punti, sgualciti, capelli lunghi, ricci e non raccolti, barba abbastanza incolta e gestualità molto accentuata. Insomma una persona pulita, ma poco curato e poco fine nelle movenze.

Ascoltata questa descrizione la mia risposta è stata: “E quindi…”! Proseguendo lo scambio con le mie colleghe è emerso che loro erano state colpite dall’aspetto di questo ragazzo e ogni sua affermazione veniva ascoltata non in quanto tale, ma rielaborata in quanto detta da una persona un po’ trasandata e non di ottima presenza…

Rivedendo con calma le sue risposte effettivamente è emerso, ed è stata un’opinione condivisa, che M. aveva delle ottime potenzialità per proseguire un percorso di counselling perchè, come detto prima, esaminava con molta lucidità la sua situazione e le sue azioni con relative conseguenze.

Le mie colleghe si sono rese conto che se avessero solo letto il colloquio o avessero ascoltato le stesse cose da una persona di ottima presenza avrebbero avuto tutta un’altra impressione sulla situazione.

Così ci si è resi conto che come è successo a loro, a maggior ragione, nella vita quotidiana di questo ragazzo, ogni suo comportamento e ogni sua affermazione è inficiata dal suo aspetto, che opera come una sorta di filtro tra ciò che dice lui e ciò che recepiscono gli altri.

Con ciò non voglio affermare che sia meglio non vedere le persone, certo che anche la comunicazione non verbale in una interazione è fondamentale; ma alle volte non “vedere” ciò che i nostri pregiudizi ci porterebbero a percepire e a mal interpretare ci aiuta a essere più imparziali e spontanei con le persone, relazionandoci con loro secondo le sensazioni che ci trasmettono ascoltandole e non fermandoci a ciò che vediamo….


lug 08 2009

Il campione cieco che vola sull’acqua

Tag: Esperienze, Interviste, Sportpatrizia @ 9:34 am

Il campione cieco che vola sull’acqua «Così ho già vinto la gara della vita»

SAN GIULIANO MILANESE – Non sa nuotare ma è campione di sci d’acqua. E’ non vedente ma punta a volare ad almeno 20 metri d’altezza.
Ha collezionato un numero infinito di titoli italiani, europei, mondiali di sci nautico ma ogni giorno vince la sua gara più importante, quella contro la vita e la malasorte.
Si chiama Tommaso Di Pilato, ha 44 anni e origini pugliesi. Vive a San Giuliano Milanese. Come ha perduto la vista? «A sei anni ho sbattuto contro un muro. Un occhio se n’è andato. L’avrei perduto comunque anche senza l’incidente. La patologia che ha attaccato l’altro occhio era una retinite pigmentosa, una malattia degenerativa. Avevo 18 a nni». Rassegnato? «Anni fa sono andato a Lourdes.Non ho avuto il miracolo, però ho trovato Teresa, la mia compagna».
Quando ha iniziato a fare sport? «Nel 1980 con un gruppo di Milano. Atletica, salto in lungo, disco, giavellotto. Facevo anche sci e tandem. Nel ‘91 ho saputo di una iniziativa di Roby Zucchi sul lago di Mergozzo. Avevo sciato fino a quando non sono andato a schiantarmi contro un “gatto delle nevi” al Passo del Lupo, nel Modenese». Cosa le ha dato lo sport? «Ho incominciato mettendo un piede dopo l’altro e sono andato avanti. Lo sport ti aiuta organizzarti, a gestirti. A me ha dato autonomia. Uscivo con una guida, poi ho imparato a girare da solo, con il bastone». Perché ha scelto lo sci d’acqua? «Mi intrigava iltrampolino. La prima volta ho saltato un metro e 80 centimetri. Era il ‘92. Mi sono detto: “Dai, Tommy, questo è per noi”». Cosa serve per essere campioni veri? «Un po’ di pazzia ci vuole. Ma se dicessi che non ho paura direi una bugia». Cosa ra ppresenta lo sport, oggi, per Tommy Di Pilato? «Mi dà tantissimo. Quello che non mi danno la società e il mondo del lavoro. In acqua siamo io e l’attrezzo.
E’ una sfida continua con me stesso. Non lo faccio per gli altri. Lo faccio per me». Una rivincita? «Con me stesso. Quando arrivo a fare certe cose estreme è come un urlo di libertà. Per riuscire a saltare ho dovuto combattere una battaglia. L’ho vinta. Ho avuto la fortuna di incontrare delle persone eccezionali, a cominciare da Sergio Zanardi, che ci ha lasciato pochi giorni fa. Poi Andrea Alessi che allena la nazionale di sci d’acqua, e Fabrizio Sonzogni, che è il mio allenatore dai mondiali australiani del 2007.
Fino a quando non mi sono specializzato nel salto ero per tutti una specie di cavia. Quest’anno ai mondiali in Francia, a Vichy, gareggerò solo nel salto».
Perché? «Fino a un anno fa avevo il record del mondo con 15 metri e 60. Non sono mai stato battuto in un campionato. Ho saputo che un non vedente ha saltato 18 metri. Non so chi sia, so soltanto che non è italiano. Voglio superarlo arrivando a 20 metri». Sponsor? «Il Comune di San Giuliano mi ha regalato gli sci e un negozio di computer la muta». Il lavoro. «Avrei preferito schiantarmi piuttosto che provare certe cose. Dall”87 lavoro all’Asl di Melegnano. Sono entrato nell”87 come centralinista. Ho cambiato mansioni dopo sette anni perché non ci sentivo più da un orecchio. Mi hanno adibito a operatore informatico.
Finalmente ho trovato un direttore generale in gamba che mi ha chiesto cosa volessi. “Voglio lavorare”, ho risposto. Ho detto proprio così, quando c’è gente che farebbe carte false per non lavorare. Mi ha detto che dal giorno dopo avrei avuto tutta l’attrezzatura. E’ arrivata roba per 20 mila euro. Ma nessuno è venuto a dirmi a cosa serviva, cosa dovevo fare. Non voglio sputare nel piatto dove mangio. Voglio solo cercare di spiegare qual è il meccanismo nel quale viene a trovarsi un disabile nel mondo del lavoro».Le battaglie civili. «Prendiamo la metropolitana di San Donato. Il percorso per non vedenti è una riga zigrinata che dovrei seguire camminando come un deficiente. Sulle scale ci sono gruppi di marocchini a cui nessuno dice che non possono stare lì. Chiamo i vigili urbani, chiamo i carabinieri e mi sento dire che è compito del capostazione farli sloggiare».
E’ sempre così esplicito? «Sono così. Voglio essere me stesso in tutto quello che faccio».Il Giorno del 08-07-2009


lug 07 2009

Un bastoncino bianco, racconta.

Tag: Esperienzedaniela @ 10:02 am

Articolo scritto da Vincenzo

Oggi è il mio primo giorno, di lavoro, e sì finalmente, sono emozionato, e anche un po’ preoccupato, dovrò aiutare un amico a camminare. E sì proprio cosi, dovrò dirgli letteralmente dove mette i piedi, segnalare gli ostacoli, cercando di fargli capire come sono fatti. Guidarlo fuori dal pericolo, e come se non bastasse, devo segnalare la nostra presenza, a chi c’è vicino.

Certo non ci sarà di che annoiarsi!

Da come mi tiene, il mio amico, capisco che ha un po’ paura, ma è determinato ad imparare, cammina deciso e frettolosamente. Non si accorge degli ostacoli che io gli segnalo; di pericoli ve ne sono molti, marciapiedi sconnessi e rotti, le pensiline dell’autobus, che hanno il vetro sospeso, le catenelle fra un palo e l’altro, le automobili parcheggiate sul marciapiede o sulle strisce pedonali, ed i semafori sono un vero rebus. Una vera delizia sono i bauletti delle moto, essendo montati nella parte posteriore finiscono sempre per ingombrare mezzo marciapiede……

Che sudata povero bastoncino!!

La mia storia continua alla prossima puntata….. ciao ciao.

per il link di collegamento alla seconda puntata cicca qui


lug 03 2009

Una lettura da assaporare ad “occhi chiusi” e sensi attenti

Tag: Esperienzedaniela @ 10:44 am

Abbiamo parlato in un articolo di una nuova iniziativa  creata dall’Istituto Ciechi di Milano “dialogo nel buio”. Adesso vi proponiamo un’ articolo che un giornalista, ha scritto, dopo aver provato questa  esperienza. E’ una lettura da assaporare ad “occhi chiusi” e sensi attenti.

Sono passate da poco le quattro di un bel pomeriggio di giugno inoltrato, fa un gran caldo, e per colpa del buio totale, assoluto e paralizzante nel quale sono completamente immerso rischio di schiantarmi contro una parete che non vedo. «Segui la mia voce», mi ripete allora Pietro.
Sempre che qualcuno non ci abbia già pensato, un giorno bisognerà scrivere uno studio scientifico, di quelli accademici, con la sua brava bibliografia tutta ordinata in fondo al volume, sul concetto di semplicità come segno distintivo del genio. Al fatto che le idee semplici, quelle che con un misto di ammirazione e nervosismo ti fanno esclamare «maledizione, perché non ci avevo pensato io?», portano con sé una irresistibile carica di potenza. E di conoscenza. Un paragrafo andrà senz’altro dedicato all’esecuzione di certe punizioni di Maradona, alla pulizia del gesto, alla traiettoria perfetta del pallone. Ma un altro pezzo del saggio dovrà ragionare intorno a «Buio Buio: un’esperienza illuminante», l’allestimento a cura dell’Istituto Ciechi di Milano che si tiene al piano terra del Vulcano Buono di Nola. Semplicissima — appunto — l’idea è di ricostruire, svuotandoli di luce, i normali set della vita quotidiana, creando un ribaltamento di ruoli tra vedenti e non vedenti. Così, prosciugati dall’illuminazione, i vedenti, privati del senso principe del corpo, quello della vista, visitano gli ambienti sotto la guida di un cieco. Che nel mio caso si chiama Pietro, ha intorno ai 25 anni e mi accoglie sorridente nella saletta antistante l’ingresso chiedendomi se ho spento il telefonino. All’esterno del tunnel — un serpentone d’acciaio dall’aria non troppo rassicurante, a dire il vero — sono affissi grandi riquadri riassuntivi sui cinque sensi. Un po’ discosto rispetto a questi, un ultimo cartello rassicura i partecipanti sulla possibilità di uscire dal tunnel in qualunque momento lo si desideri, e sul fatto che una telecamera dotata di visore notturno segue dall’esterno gli spostamenti dei partecipanti. E in quel momento, con leggero disappunto, realizzo che effettivamente la claustrofobia, della quale credo di non aver mai sofferto, almeno fino a oggi, non si manifesta solo negli spazi stretti, ma anche in quelli bui. Qualche minuto d’attesa, poi tocca a me. «Quando saremo dentro, segui la mia voce» dice Pietro. Appena oltrepassata la tenda nera che dà accesso all’allestimento, di colpo piombo in un buio nel quale raramente, anzi mai, mi ero trovato. Un buio primordiale, definitivo. Non il buio delle stanze buie, di notte, o il buio dei blackout elettrici, o il buio delle cantine con la lampadina fulminata, bui parzialmente rischiarati da un filo di luce lontana, o da un chiarore tenue di un lampione riflesso. No, questo è proprio «buio buio», come del resto dichiara fin dal nome la mostra. «Ci sei?» chiede Pietro. Il significato dell’espressione «brancolare nel buio» mi è finalmente chiaro. Agito una mano a un centimetro dagli occhi, ma sento solo un leggero spostamento d’aria sulla punta del naso. Superiamo un’altra tenda, Pietro continua a parlarmi, mi attacco alle vibrazioni della sua voce pacata come la cosa più importante che in questo momento esista nella mia vita. Dopo qualche minuto sotto i piedi sento del terriccio, crepe, piccoli avvallamenti. Le sconnessioni del terreno rendono se possibile la camminata ancora più complicata. «Secondo te dove siamo adesso?». Sento gli uccelli cinguettare tutto attorno. «Esatto, un bosco — dice Pietro dopo la mia risposta —. Ora allunga la mano alla tua destra ». Sotto le dita frusciano mazzetti di foglie. Alberi, cespugli. Scosto i rametti e continuo ad avanzare. «Secondo te che ora del giorno è?». Stupidamente, mi lancio in un vago «Mezzogiorno». Pietro mi dice di ascoltare meglio. In effetti, gli uccellini devono essere andati a nanna già da un pezzo, da qualche minuto hanno lasciato il posto alle cicale. Solo che non ci avevo fatto caso. Ed ecco che la prima lezione sull’ascolto è appena stata incassata.
Avanziamo ancora. Con la sinistra scivolo lungo la parete, mi accompagno coi polpastrelli seguendo le ondulazioni del muro. E veramente non so come faccia a capirlo, ma Pietro mi dice «Bravo, guidati con la mano». Superiamo altre tende. Mi sembra di muovermi leggermente meglio. Meno goffo. Il pavimento torna normale. Sotto i piedi sembra di sentire addirittura un tappetino di moquette. «Tocca attorno» dice la mia guida. Agito le mani. Su un ripiano all’altezza dell’ombelico intercetto un cordino di gomma a spirale, attaccato a un guscio di plastica dura. Sotto, dei pulsanti. «Un telefono?». «Sì, è un telefono». Pietro mi affianca, trova subito le mie mani guidandole con delicatezza più in alto, sopra dei quadretti in rilievo. Scivolo con la punta delle dita, seguo i contorni di una coda, di un muso, zampe tozze come tronchi. Un dinosauro. A fianco, un altro quadro. Stavolta è una cartina geografica con l’immagine dell’Italia. Tocco ancora, la mano affonda in un involto morbido. Un peluche. «Questa è la stanza dei bambini». Pietro ridacchia. Nella tasca dei miei jeans tintinna un mucchietto di monete. «Coi soldi come fate?» chiedo. «Con le monete è facile. Le banconote creano qualche problema in più. Bisogna fare affidamento alla grandezza e alla consistenza della carta. Per me che sono cieco dalla nascita è uno scherzo. Per chi cieco ci diventa, è un affare più complicato». Resto a tastare tutto intorno, mentre vorrei abbracciare Pietro anche solo per ringraziarlo della sua sincerità linguistica, dell’uso non ipocrita che fa del termine cieco, del suo non nascondersi dietro a un dito di parole politicamente corrette, quando all’improvviso non sento più la presenza della guida accanto a me. E, strano a dirsi, non sono per nulla spaventato. Chiamo Pietro, e lui, pronto, mi dice «Sono qui» e, incredibilmente, per la prima volta da quando sono dentro, qui è un avverbio che mi sembra possedere di nuovo un senso. Mano sulla parete, lo raggiungo dall’altra parte dell’ennesima tenda. «A destra e a sinistra, un po’ più in basso delle tue ginocchia, ci sono dei contenitori con dei sacchetti. Estraili uno a uno e odorali. Ma non dirmi subito cosa sono, me lo dirai alla fine». Obbedisco. Annuso i sacchetti, da destra e da sinistra, alternando. Inspiro forte. Lavanda. Vaniglia. Rosmarino. Profumi che penetrano nei recettori del naso, in qualche modo potenziati dal buio totale al quale, ormai, quasi non faccio più caso. Nell’ultimo contenitore non ci sono sacchetti, ma una specie di granaglia dura che raccolgo nel palmo chiuso portandola al viso. Pietro sente il rumore di un paio di chicchi che cadono a terra. «T’avviso — mi minaccia scherzosamente — sbaglia tutti gli odori che vuoi, ma non questo. Per un napoletano non c’è giustificazione che tenga». E in effetti l’aroma è inconfondibile. Caffè.
Quando Pietro attraversa l’ultima tenda, sbuchiamo in una specie di stanzino di decompressione visiva. Il nero si stempera. Stavolta il buio è tenue, gli occhi tornano ad abituarsi pian piano alla luce. «Allora?» mi chiede Pietro. «Grandioso», riesco soltanto a dire prima di tornare nel turbine dei colori, sentendomi all’improvviso come il protagonista di Cattedrale di Raymond Carver.
Primordiale
Appena oltrepassata la tenda nera che dà accesso all’allestimento si piomba in un buio totale, primordiale, definitivo .

di Piero Sorrentino

Corriere del Mezzogiorno del 28-06-2009


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