lug 28 2009

Intervista a Enrica Papale

Tag: Esperienze, Intervistedaniela @ 9:18 am

“Perché fai quella faccia ?”

Questa è la domanda che mi fece A., ragazzo speciale con una caratteristica particolare, non vedente. Da quel momento in poi iniziai a riflettere sui diversi modi di vedere la realtà e pensai ad ogni punto di vista………….

Parlaci un po’ di te, come sei arrivata ad essere educatrice professionale e operatore pedagogico teatrale?

Mi chiamo Enrica Papale e ho 29 anni. Nel 2005 mi sono laureata in Scienze dell’ Educazione. Durante gli anni universitari ho fatto molte esperienze con i bambini lavorando per due associazioni culturali dove insegnavo attività motoria  e propedeutica della danza. Ora lavoro come supplente nelle scuole primarie e a volte, anche all’ interno della scuola, sperimento attività di laboratorio teatrale con i  bambini.

Danzo da quando avevo 8 anni, ho iniziato studiando danza classica, in seguito  mi sono avvicinata alla danza moderna e al modern Jazz.

Dopo l’università ho frequentato un corso biennale per operatore pedagogico teatrale; questa esperienza mi ha fatto comprendere come la danza nasca anche da un piccolo gesto, magari proprio da quelli quotidiani o più spontanei…e ho compreso anche quanto sia importante l’intenzionalità che si dà al gesto stesso, così mi sono avvicinata alla danza contemporanea e adesso studio sia danza classica sia danza contemporanea. Dopo il corso biennale è cambiato anche il mio modo di danzare e di concepire la danza. Ho sperimentato un percorso intenso sulla consapevolezza corporea, sulla relazione col sé e l’altro da sé, sulla fiducia, sulla creatività, sull’espressività e molto altro; tutto ciò mi ha portato a voler esprimere la fluidità e il “respiro” del corpo, riconoscendo l’importanza della tecnica nello studio della danza anche come mezzo per esprimere le proprie emozioni, prima invece pensavo che la tecnica fosse un limite, proiettando il corpo in schemi.

Cos’ è il modern jazz?

Il modern jazz è uno stile di danza che nasce come un’ esigenza di “spezzare le linee”, quelle della danza classica per intenderci. Per farti capire… ti posso dire come lo vivo o meglio vivevo io… I movimenti sono molto energici, a me piace molto perché è uno stile dove l’energia e la grinta devono uscire fuori più che mai.

Mi rendo conto che le mie tensioni muscolari sono notevolmente diminuite, l’avvicinarmi alla danza contemporanea ha contribuito a ritrovare l’armonia del movimento; probabilmente però se ricominciassi a studiare jazz il mio approccio con questo stile sarebbe diverso. Ora amo anche di più la danza classica perché trovo la morbidezza, l’ intenzionalità e l’emozione in ogni gesto, prima pensavo che lo stile classico non desse molto modo di esprimersi… invece devo ricredermi.

Come mai hai iniziato a lavorare con i ragazzi non vedenti ?

Mi è stato proposto di lavorare con i ragazzi non vedenti ed ipovedenti da una associazione di Genova. Ho iniziato così a lavorare con loro facendogli fare attività motoria, più precisamente ho condotto un lavoro sulla consapevolezza corporea. Continuando il corso di studi al teatro dell’ Ortica, ho iniziato a sperimentare con gli utenti quello che imparavo nei seminari e ho notato che “funzionava” bene. Dopo questa esperienza, a Gennaio del 2009 ho deciso di iniziare il laboratorio teatrale per ragazzi non vedenti ed ipovedenti. La metodologia si avvale degli strumenti teatrali per formare, curare e sviluppare la creatività di ciascuno. Solitamente inizio con un rilassamento profondo per arrivare ad una lenta presa di coscienza del sé e dello spazio circostante. Utilizzo oggetti mediatori ( palloncini, palline morbide…) per l’esplorazione del sé e dell’altro da sé; dal piccolo movimento inizia così il percorso di consapevolezza corporea fino ad arrivare ad un progressivo contatto con l’altro da sé e col gruppo. I temi principali sono: lo sviluppo della creatività, la conoscenza dello spazio, il lavoro sulla fiducia, sulla relazione ecc.. Il momento di esplorazione creativa con l’oggetto mediatore…diventa già teatro. Ogni incontro si conclude disponendosi in cerchio dove ci si confronta liberamente sulle proprie emozioni e sensazioni provate nel corso delle attività. Ogni incontro è monitorato e preparato ma si lascia, ovviamente, spazio a “come si sente” il gruppo in quella precisa giornata, quindi nel corso delle attività possono avvenire cambiamenti richiesti, direttamente o no, dal gruppo. Ti posso fare degli esempi per farti capire i risultati del lavoro: i ragazzi si sono resi conto di eseguire delle coreografie, hanno imparato a correre con maggior sicurezza…

Sinceramente i miei utenti non li vedo più “non vedenti”… devo pensarci…

e mi sento vista! Sembra assurdo ma è così…come quando ti senti dire “Perché fai quella faccia?”.

Da bambina avevo paura della disabilità…si ha paura di quel che non si conosce tutto qui.

Quali sono i problemi che incontri maggiormente e soprattutto come fai a risolverli ?

Con il tempo e la pazienza.

Devo stare molto attenta a quello che dico quando spiego gli esercizi affinché si capisca bene la mia consegna, questo mi aiuta a riflettere di più sul movimento. Se spiego esattamente quel che devono fare, rifletto costantemente anche io sulla qualità del movimento. Ho scoperto anche un altro modo per spiegargli al meglio come muoversi. Ad esempio gli faccio sentire i movimenti del mio corpo, spesso muovendomi unita a loro. il contatto è fondamentale.

Occorre stare attenti a come ci si pone agli utenti e al tipo di contatto. Bisogna cercar di essere delicati, rassicuranti ma anche decisi.

L’organizzazione non è sempre semplice, infatti non sono solo i partecipanti che vengono al laboratorio ma anche gli accompagnatori che, anche se contenti per il ragazzo/a, non possono avere il loro stesso entusiasmo in quanto non partecipano alle attività, inoltre, mettere d’accordo tutti non è facile. Teniamo presente che vengono accompagnate persone non vedenti ma adulte… l’età va dai 16 ai 34 anni.

Quali sono i tuoi progetti futuri?

Ho un po’ di progetti: innanzitutto continuare e sviluppare il laboratorio per i ragazzi non vedenti ed ipovedenti anche con alcune “novità” e ho intenzione di aprire corsi di sbarra a terra e di laboratorio teatrale per bambini…anzi per chi fosse interessato…li svolgerò dove svolgo anche il laboratorio con i non vedenti, presso “Il Melagrano – Centro comunicazione e linguaggio del corpo-” in Via della Libertà 10/A Genova, è la strada parallela a Piazza Paolo da Novi…è semplice arrivare!

Continuerò poi l’ aggiornamento partecipando a seminari e stage di danza e teatro e continuando a studiare danza quotidianamente; la formazione continua è fondamentale per questo tipo di lavoro.

Ti ringraziamo

Grazie a voi!

Dr.ssa Enrica Papale, educatrice, danzatrice con diverse esperienze di spettacoli di teatro e danza. Docente scuola primaria, attualmente conduce laboratori teatrali per giovani non vedenti ed ipovedenti.

INFO

Indirizzo e-mail enricapapale@yahoo.it

Per sapere i corsi in programma clicca qui

intervista realizzata da Daniela e Lucio


lug 23 2009

Il trionfo della bellezza amputata

LaStampaWeb del 22-07-2009

Il trionfo della bellezza amputata Natalie du Toit e Oscar Pistorius, entrambi sudafricani Natalie, a Pechino con una gamba sola .
Dai campioni dello sport alle modelle, l´handicap non è più una vergogna

ROMA. E´ il sogno che batte la vita», ha detto Aimée. Il sogno può vincere il male che ti ha preso e può darti il corpo che ti hanno tolto, e può farti vedere tutto quello che noi non riusciamo a vedere. Aimée Mullins è così bella con quel suo corpo irreale, così perfetta nell´estensione della sua figura artificiale, che la rivista «People» l´ha messa fra le 50 donne più belle del mondo, anche se il cielo le ha tolto le gambe da quando aveva un anno. E´ diventata quel che è grazie al sogno: «Io ho visto una possibilità dove gli altri vedono una limitazione». Ecco cos´è che fa chiedere al giornalista che incontra Simona Atzori,( LA DANZATRICE E PITTRICE SIMONA ATZORI MUSICA:ANTONIO CERICOLA dal BALLETTO “MAMMA DICE” coreografia PAOLO LONDI )- la danzatrice a cui la natura ha sfumato il corpo all´altezza delle ascelle, lasciandola così, come un automa, senza braccia -, se l´handicap, invece, esista solo nei suoi occhi, perché anche se si vede forse non c´è, forse è sconfitto, cancellato: per questo, il ballerino più grande di tutti, Roberto Bolle, l´ha voluta in tournée con lui e dice che «è la più brava».

E la ragazza del Sudafrica Natalie Du Toit corre senza una gamba contro le altre nuotatrici dal corpo perfetto, e le ha già battute, ha già vinto delle medaglie d´oro. Perché magari è proprio il concetto della perfezione che dobbiamo cambiare, come dice Aimée Mullins, questa stupenda modella, musa dello stilista Alexander McQueen, con il suo fisico statuario e le sue arti di plutonio, queste gambe finte, che forse sono più vere delle nostre: «il fatto è che l´uomo può farsi architetto della propria identità, disegnando un corpo che prenda il posto degli adattamenti graduali, tipici della natura». Ecco cos´è un sogno: la differenza della vita.

Solo così possiamo capire Hugh Herr, un ragazzino rimasto senza gambe, che s´è preso la laurea in medicina, un´altra in ingegneria al Mit di Boston, e poi il dottorato di biofisica ad Harvard, prima di inventare le gambe artificiali che fanno correre Oscar Pistorius, e che a chi gli chiede se per un miracolo rivorrebbe indietro le sue, risponde tutte le volte di no, senza pensarci un attimo, senza nemmeno rimpiangerci sopra qualcosa: «Sono meglio le mie protesi.

La gente pensa che il corpo umano sia perfetto così com´è, non migliorabile. E´ questo il suo errore». E´ che non sogni, se non hai un motivo per farlo. Aimée Mullins dice che «è il potere del sogno che cambia il mondo».

Centocinquant´anni fa, Darwin scrisse che «a sopravvivere non è la specie più forte, né la più intelligente. Ma è quella che meglio si adatta ai cambiamenti». Eppure, forse, stiamo andando oltre la visione darwiniana dell´evoluzione umana, come se potessimo farci davvero architetti della nostra identità, proprio come dice Mullins. E allora qual è la perfezione? Se uno scorre la voce «disabile» sul dizionario Webster dei sinonimi, legge: «storpio, impotente, incapace, rovinato, impedito, menomato, sciancato, zoppo, mutilato…». Ma è davvero questa la realtà di un handicap, o non piuttosto quella del velocista Lance Amstrong che batte il tumore perdendo un testicolo, e dopo si mette a vincere, sempre pedalando su una bicicletta, 7 tour de France di fila, prima di tornare a correre ancora adesso, a 38 anni? O non quella della non vedente Annalisa Minetti che diventa Miss Italia, partecipa al Festival di Sanremo, si sposa, fa un figlio e poi critica Gerry Longo, un altro non vedente che ha partecipato al Grande Fratello: «Non mi riconosco in lui, perché non condivido questa ossessione di voler sembrare normale a tutti i costi»? . Il fatto è che nel sogno non esiste mai la normalità. Una ragazza come Heater Mills, uscita da una infanzia miserrima, sbattuta fuori di casa a 13 anni da una madre col passato equivoco e un presente terribile, finita in ospedale senza una gamba dopo un incidente stradale proprio mentre cominciava a muovere i primi passi nel mondo della moda, che cosa poteva fare se non sognare disperatamente e inutilmente di diventare una cenerentola a cui restituire tutte le sue sfortune, l´amore, l´infanzia, i soldi, la vita, persino le scarpette di piedi normali, come quelli che abbiamo tutti noi?. Eppure Heater Mills è diventata davvero una splendida modella e poi la seconda moglie di Paul McCartney, prima di separarsi da lui con un divorzio ultramilionario.

C´è nella sconfitta dell´handicap un segreto che non sempre riusciamo a cogliere, o a capire. Dice ancora Aimée Mullins che quelli come loro «imparano a sentirsi a proprio agio nel disagio». Solo che non basta a spiegare l´orgoglio e la forza che si nascondono dietro anche i disabili che non sono famosi, che non hanno avuto le copertine patinate o qualche gara da vincere. Il grande pianista jazz Michel Petrucciani era nato con una malattia rara che rendeva le sue ossa fragili come foglie secche. Era alto più o meno un metro, e spesso per suonare doveva fisicamente spostarsi da una parte all´altra del piano. Poteva far ridere. Invece, è diventato un grande compositore, ha avuto tante storie d´amore con belle donne, ha girato il mondo e ha fatto due figli, uno dei due con la sua stessa malattia, come se non fosse più un incubo da sfuggire o da evitare.

Eppure, alla fine, il sogno non è quello di rendere normale l´handicap, ma straordinario il suo superamento. Hugh Herr ha detto una volta che non bisogna «credere nella perfezione come unico valore per una vita piena di senso». Perché è questo che il sogno è già riuscito a cambiare: l´idea di quella perfezione.


lug 21 2009

La mia guida arrivata dagli Usa

Tag: Esperienze, Interviste, Pet Therapy e cani guidapatrizia @ 10:46 am

La Repubblica – Salute del 16-07-2009

“La mia guida Darien arrivata dagli States”

ROMA. A vederli insieme, Carmina e Darien, così affiatati, sembra che stiano insieme da anni. E invece sono “compagni” da un mese soltanto, da quando lei ha preso un aereo, da sola, ed è andata negli Stati Uniti dove la aspettava il suo bel labrador nero, professione cane guida. Carmina Martire è una psicologa calabrese di 49 anni, vive a Roma con il marito Alessio e lavora in banca. Ha perso la vista a 30 anni per una malattia degenerativa, la retinite pigmentosa.

“È stato un processo graduale che mi ha permesso di accettare l’idea”, racconta seduta sull’erba di un prato mentre Darien gioca con dei bambini, “e di cominciare a lavorare per ottenere una maggiore autonomia. L’anno scorso ho deciso di cercare un cane guida in Italia, scontrandomi con la prima difficoltà: un’attesa di un paio d’anni e una burocrazia scoraggiante”. E allora Carmina si mette alla ricerca di una soluzione alternativa. La risposta arriva dal web, da un sito americano, www.guiding eyes.org, una scuola non profit per cani guida, finanziata da donazioni private, che addestra cuccioli e li assegna a non vedenti. Tra questi c’è anche una italiana, Carmina la contatta e decide così di candidarsi. Spedisce una mail e la manager della scuola le risponde subito chiedendole la documentazione del suo caso. La commissione approva la richiesta e così Carmina, che intanto studia inglese intensivamente, parte per New York, da sola, tutte le spese a carico della scuola. Dopo un mese di training e una “prova” da sola con Darien per le strade di New York, i due tornano a casa, a Roma.

E qui cominciano le difficoltà. “C’è poco rispetto”, spiega, “le strisce pedonali e gli attraversamenti ai semafori sono quasi sempre occupati dalle macchine e il cane all’inizio non sapeva che cosa fare perché non era abituato a trovare i varchi occupati. Inoltre i nostri marciapiedi sono sporchi, e i cani si fanno distrarre dagli odori, e molti passanti accarezzano Darien mentre fa da gui da, facendogli perdere la concentrazione, cosa che negli Usa non farebbe nessuno. Da noi c’è ancora scarsa sensibilità, anche da parte dei vigili, che dovrebbero multare chi occupa i varchi. E ovviamente degli automobilisti che non pensano mai a quante persone rendono la vita difficile con un parcheggio scorretto…”.


lug 14 2009

Intervista a Cecilia Camellini

Tag: Interviste, Sportpatrizia @ 9:42 am

Redattore Sociale del 08-07-2009

Medaglia d’argento a 17 anni: la storia di Cecilia Camellini

Intervista alla campionessa olimpica non vedente, vincitrice di due titoli alle Paralimpiadi di Pechino, tra i protagonisti dei prossimi assoluti di nuoto a Reggio Emilia. ”Il mio segreto? Coraggio e un pò” d´incoscienza”.

REGGIO EMILIA – Una passione precoce per il nuoto, nata per gioco a soli tre anni, per imitare il fratello maggiore. Poi il passaggio alla vasca grande, a sei anni, e un talento che cresce. Fino all´adolescenza, quando un allenatore importante la nota, le chiede di aumentare l´impegno agonistico. Allenamento tutti i giorni, se vuole diventare una campionessa, andare alle Paralimpiadi. E Cecilia Camellini, classe 1992, non vedente, originaria di Formigine, un paese in provincia di Modena, accetta. “Con un pizzico di incoscienza e di coraggio”, dice col senno di poi. Quello stesso coraggio che l’ ha portata l’ anno scorso a fare da portabandiera azzurra e a vincere due medaglie d’argento ai giochi paralimpici di Pechino, nei 50 e 100 metri stile libero. “Mi sono resa conto di aver vinto solo un mese dopo – confessa – era come se stessi vivendo la vita di un’altra. Sentire l’Inno italiano dopo quello cinese, e tutta quella folla che mi acclamava, è stata un´emoz ione fortissima che non dimenticherò mai. Le prime notti dopo la premiazione, mi svegliavo continuamente a controllare che la medaglia fosse ancora lì, sul comodino!”.
Lo scorso ottobre, l’incontro con il presidente della Repubblica Napolitano, durante la cerimonia di premiazione degli atleti paralimpici. “Eravamo tutti in fila in attesa di incontrarlo – racconta – e sentivo con il cuore in gola quello che diceva il presidente agli atleti prima e dopo di me. Quando mi ha fatto i complimenti e stretto la mano, ho provato una grande soddisfazione personale”. Sfogliando il palmares di Cecilia c’è da rimanere esterrefatti per la ricchezza e importanza dei riconoscimenti. Record europeo nei 100 metri stile libero a Pechino; record italiani nei 100 metri dorso e 100, 200 e 400 stile libero; medaglie mondiali nel 2007 sempre in dorso e stile libero. Una carriera fulminante, che non ha nulla da invidiare a quella di molti nuotatori famosi.
Ma Cecilia non è tipo da vantarsene. “A scuola non parlo mai dei miei successi – dice – anche se i miei compagni si stupiscono perché riesco ogni giorno a conciliare studio e attività sportiva professionistica, con molta fatica per la verità”. Già, perché l´ultimo anno – prima liceo classico – è stato particolarmente difficile per Cecilia. “Ero sommersa di compiti – continua – e prima di studiare dovevo andare all’allenamento, dalle 14 alle 16, fino a Reggio Emilia”. Cecilia parteciperà anche ai campionati italiani assoluti di nuoto per disabili, che si svolgono dal 10 al 12 luglio proprio a Reggio Emilia. Nel suo futuro prossimo ci sono gli Europei in Islanda e i Mondiali del 2010. Oltre alle Paralimpiadi di Londra, naturalmente. “Ma prima – sottolinea – devo fare i tempi giusti ai campionati che stanno per cominciare. A Reggio Emilia sono di casa e spero mi porti bene”. (gm)


lug 08 2009

Il campione cieco che vola sull’acqua

Tag: Esperienze, Interviste, Sportpatrizia @ 9:34 am

Il campione cieco che vola sull’acqua «Così ho già vinto la gara della vita»

SAN GIULIANO MILANESE – Non sa nuotare ma è campione di sci d’acqua. E’ non vedente ma punta a volare ad almeno 20 metri d’altezza.
Ha collezionato un numero infinito di titoli italiani, europei, mondiali di sci nautico ma ogni giorno vince la sua gara più importante, quella contro la vita e la malasorte.
Si chiama Tommaso Di Pilato, ha 44 anni e origini pugliesi. Vive a San Giuliano Milanese. Come ha perduto la vista? «A sei anni ho sbattuto contro un muro. Un occhio se n’è andato. L’avrei perduto comunque anche senza l’incidente. La patologia che ha attaccato l’altro occhio era una retinite pigmentosa, una malattia degenerativa. Avevo 18 a nni». Rassegnato? «Anni fa sono andato a Lourdes.Non ho avuto il miracolo, però ho trovato Teresa, la mia compagna».
Quando ha iniziato a fare sport? «Nel 1980 con un gruppo di Milano. Atletica, salto in lungo, disco, giavellotto. Facevo anche sci e tandem. Nel ‘91 ho saputo di una iniziativa di Roby Zucchi sul lago di Mergozzo. Avevo sciato fino a quando non sono andato a schiantarmi contro un “gatto delle nevi” al Passo del Lupo, nel Modenese». Cosa le ha dato lo sport? «Ho incominciato mettendo un piede dopo l’altro e sono andato avanti. Lo sport ti aiuta organizzarti, a gestirti. A me ha dato autonomia. Uscivo con una guida, poi ho imparato a girare da solo, con il bastone». Perché ha scelto lo sci d’acqua? «Mi intrigava iltrampolino. La prima volta ho saltato un metro e 80 centimetri. Era il ‘92. Mi sono detto: “Dai, Tommy, questo è per noi”». Cosa serve per essere campioni veri? «Un po’ di pazzia ci vuole. Ma se dicessi che non ho paura direi una bugia». Cosa ra ppresenta lo sport, oggi, per Tommy Di Pilato? «Mi dà tantissimo. Quello che non mi danno la società e il mondo del lavoro. In acqua siamo io e l’attrezzo.
E’ una sfida continua con me stesso. Non lo faccio per gli altri. Lo faccio per me». Una rivincita? «Con me stesso. Quando arrivo a fare certe cose estreme è come un urlo di libertà. Per riuscire a saltare ho dovuto combattere una battaglia. L’ho vinta. Ho avuto la fortuna di incontrare delle persone eccezionali, a cominciare da Sergio Zanardi, che ci ha lasciato pochi giorni fa. Poi Andrea Alessi che allena la nazionale di sci d’acqua, e Fabrizio Sonzogni, che è il mio allenatore dai mondiali australiani del 2007.
Fino a quando non mi sono specializzato nel salto ero per tutti una specie di cavia. Quest’anno ai mondiali in Francia, a Vichy, gareggerò solo nel salto».
Perché? «Fino a un anno fa avevo il record del mondo con 15 metri e 60. Non sono mai stato battuto in un campionato. Ho saputo che un non vedente ha saltato 18 metri. Non so chi sia, so soltanto che non è italiano. Voglio superarlo arrivando a 20 metri». Sponsor? «Il Comune di San Giuliano mi ha regalato gli sci e un negozio di computer la muta». Il lavoro. «Avrei preferito schiantarmi piuttosto che provare certe cose. Dall”87 lavoro all’Asl di Melegnano. Sono entrato nell”87 come centralinista. Ho cambiato mansioni dopo sette anni perché non ci sentivo più da un orecchio. Mi hanno adibito a operatore informatico.
Finalmente ho trovato un direttore generale in gamba che mi ha chiesto cosa volessi. “Voglio lavorare”, ho risposto. Ho detto proprio così, quando c’è gente che farebbe carte false per non lavorare. Mi ha detto che dal giorno dopo avrei avuto tutta l’attrezzatura. E’ arrivata roba per 20 mila euro. Ma nessuno è venuto a dirmi a cosa serviva, cosa dovevo fare. Non voglio sputare nel piatto dove mangio. Voglio solo cercare di spiegare qual è il meccanismo nel quale viene a trovarsi un disabile nel mondo del lavoro».Le battaglie civili. «Prendiamo la metropolitana di San Donato. Il percorso per non vedenti è una riga zigrinata che dovrei seguire camminando come un deficiente. Sulle scale ci sono gruppi di marocchini a cui nessuno dice che non possono stare lì. Chiamo i vigili urbani, chiamo i carabinieri e mi sento dire che è compito del capostazione farli sloggiare».
E’ sempre così esplicito? «Sono così. Voglio essere me stesso in tutto quello che faccio».Il Giorno del 08-07-2009


giu 11 2009

Asl 3 e Chiossone, alleati per i bambini autistici

Tag: Eventi, Intervistepatrizia @ 10:45 am

Il Secolo XIX del 10-06-2009

Asl3 e Chiossone, “alleanza” per i bimbi autistici il successo

La sperimentazione condotta su 15 soggetti
ha permesso di accertare miglioramenti dopo
una riabilitazione precoce

GENOVA. Nella cura dell’autismo il tempo è prezioso. E un intervento
riabilitativo precoce aiuta a ottenere migliori risultati. Parlano chiaro i
risultati della sperimentazione condotta dalla Asl3 Genovese e da Istituto David Chiossone onlus su 15 bambini affetti da autismo, presentati ieri nel corso di una giornata di studi .
Secondo la ricerca, oltre il 90% dei bambini con autismo anche grave ottiene
significativi miglioramenti attraverso un intervento riabilitativo precoce,
globale, mirato ed integrato. I 15 bambini, di età compresa tra 0 e 7 anni, sono stati sottoposti alla sperimentazione nel 2007. L’intervento che li ha visti protagonisti si è articolato attraverso un percorso: dalla valutazione
funzionale si è passati all’attivazione di interventi riabilitativi diretti
(psicomotricità, logopedia, psicoterapia ad impostazione
cognitivo-comportamentale, e trattamenti coadiuvanti quali pet therapy e
arteterapia) e di interventi indiretti. In questa fase sono intervenuti anche i
genitori dei piccoli e i loro insegnanti.
Nei casi esaminati, emerge un miglioramento più rapido e significativo nei
bambini che sanno parlare rispetto a quelli che non hanno ancora imparato: se il 62,5 % dei bambini che hanno acquisito la capacità verbale migliora il proprio livello di sviluppo, solo il 50% dei bambini che ancora non sanno parlare passa da una totale assenza di linguaggio ad un codice semplice di comunicazione verbale.
La sperimentazione ha anche il merito di aver visto affiancati un soggetto
pubblico, come una Asl, a un soggetto privato, come l’Istituto David Chiossone: nell’ambito di questa operazione – finanziata dalla Regione Liguria – sono stati anche realizzati un polo diagnostico (la Asl3 Genovese) e un polo riabilitativo (all’Istituto Chiossone). Alla giornata di studi hanno partecipato anche docenti e ricercatori dell’università degli studi di Genova e dell’istituto Giannina Gaslini, oltre agli insegnanti che hanno partecipato al progetto e agli
esponenti dell’Associazione nazionale genitori soggetti autistici.


giu 04 2009

Anna, antropologa nonvedente

Tag: Esperienze, Interviste, News dal mondo, News dall'Italiapatrizia @ 10:40 am

Press-IN anno I / n. 1274

Repubblica.it del 03-06-2009

Anna, antropologa non vedente: “Vi racconto la mia Africa”

PARMA – “Non credo che essere cieca abbia condizionato la mia esperienza in
Africa. Percepire la realtà senza vederla è la mia normalità”. Anna Vittoria
Sarli, giovane antropologa parmigiana, sorride dietro i suoi grandi occhiali
scuri. Dal candido colorito della sua pelle non si direbbe che abbia appena
trascorso una settimana in un villaggio sperduto nella savana. Forse per questo
indossa un abito estivo dai motivi inequivocabilmente africani. “Certo -
aggiunge – se una mia cara amica non mi avesse accompagnato avrei avuto più
difficoltà, perché mi sarebbero mancati i punti di riferimento a cui sono
abituata. Ma credo che la mia disabilità suscitasse ammirazione negli africani”.
E non solo in loro.

E’ facile rimanere colpiti dall’idea che una 26enne non vedente abbia potuto
affrontare con tranquillità un viaggio impegnativo per chiunque. A migliaia di
chilometri di distanza, sotto il caldo torrido, tra i villaggi della savana,
dormendo per settimane nelle capanne d’argilla, sulla sabbia, senza acqua
corrente, protetta da una zanzariera che scongiuri la malaria. Anna, però, non
sembra scomporsi. “So di passare meno inosservata – spiega – ma mi infastidisce
che ci si concentri solo sulla mia cecità: non è la sintesi della mia persona. E
spesso crea intorno a me un alone che distorce la realtà”.

La sua non è fatta di colori, di sguardi. Ma di suoni, rumori, contatto con la
terra. E storie. Quelle che la persona accanto a lei le racconta per descriverle
il mondo che sta attraversando. Così del Senegal ricorda le grida dei ragazzi
che sui car rapide, i bus di Dakar, annunciano ai passeggeri il nome delle
fermate. Le risate rumorose degli abitanti dei villaggi, le prese in giro dei
bambini. E il rapporto con il suolo, con la polvere, che pervade ogni angolo e
sembra entrare sottopelle.
Anna c’è stata due volte. Prima nel 2007 per una ricerca, durata due mesi, con
cui si è laureata in Antropologia all´università di Modena. Poi questa
primavera, alla fine di aprile, quando è tornata per dieci giorni negli stessi
villaggi, dove suo padre ha avviato un progetto di educazione sanitaria.
Leopoldo Sarli è chirurgo all´ospedale Maggiore, docente alla facoltà di
Medicina di Parma e presidente del corso di laurea infermieristica, ma prima di
tutto si definisce un ricercatore, un curioso. Ed è anche un eccellente
fotografo.
Una figura forse un po´ ingombrante per Anna, che ha preferito farsi
intervistare da sola. “Non amo lavorare con mio padre. Preferisco essere
indipendente, tanto nella vita quanto nella mia professione. Ma mi faceva
piacere ricambiare in qualche modo l´ospitalità delle comunità senegalesi che mi
avevano accolto mentre preparavo la tesi, perciò ho accettato di collaborare con
lui”.
Lo stesso Leopoldo ha bisogno di sottolineare questa distanza, quasi un tacito
accordo con una figlia che, diventata adulta, sente la necessità di emanciparsi.
“Ognuno di noi ha vissuto la sua Africa, separatamente. Lei da antropologa, io
da responsabile del progetto di cooperazione”. L´idea è nata nel 2007, quando è
andato a trovare Anna mentre faceva ricerca in Africa. “Io e mia moglie -
racconta – avevamo sempre avuto interesse per le popolazioni migranti che
arrivavano dal sud del mondo e quella è stata l´occasione per entrare in
contatto con una realtà diversa e affascinante”.

Un´esperienza così intensa da sentire l´esigenza di stringere un legame più
stretto con la gente del luogo. “Gli operatori sanitari dei villaggi che avevamo
visitato ci avevano spiegato le loro difficoltà nel gestire da soli comunità di
centinaia di persone. Erano pochi e avevano una preparazione insufficiente”. E’
nato così un progetto di cooperazione con l´università di Parma, che offre corsi
di formazione agli infermieri di Dakar.
E qui entra in gioco Anna. “Avevamo bisogno – spiega il chirurgo – di capire se
il modo in cui stavamo operando era quello giusto. Così ho chiesto a mia figlia
di contribuire al progetto con una ricerca antropologica che scoprisse come gli
abitanti percepivano il nostro lavoro”. E lei non si è tirata indietro: “Sentivo
di dovermi sdebitare con il villaggio”.
Così sono tornati in Senegal, un Paese che all’inizio per loro era circondato da
pregiudizi e ora è diventato un posto familiare, una seconda casa. “E’ stato
bello ritrovare tutte le amicizie che avevamo lasciato”, ricorda Leopoldo. “Se
sto investendo tanto in questo progetto è perché capisco cosa significa perdere
le proprie radici”. E’ arrivato da Taranto a 17 anni, per studiare medicina e ha
faticato per integrarsi e costruirsi una nuova vita. “Mia figlia è un’immigrata
di seconda generazione”.
Forse per questo ha concentrato il suo dottorato e il suo lavoro all’Ismu,
l’istituto di studi sulla multietnicità di Milano, sui migranti. “La cosa che mi
è mancata di più tornando a Parma – racconta l’antropologa – è stata la vita di
comunità. A volte quando ero lì avevo bisogno di silenzio, ma mi ha fatto
piacere ritrovare quel modo tutto africano di scherzare rumorosamente, parlare a
voce alta, divertirsi in modo sguaiato. Fa parte di una dimensione relazionale
molto forte e intensa che qua non esiste”. Ma non per questo Anna ha sofferto di
mal d’Africa. “Non c’è motivo di provare nostalgia: ho l’Africa anche qua e so
che ci tornerò”.


mag 19 2009

Intervista alla candidata sindaco nonvedente

Tag: Interviste, News dall'Italiapatrizia @ 10:00 am

Press-IN anno I / n. 1059

TargatoCN del 14-05-2009

Sant’ Albano: intervista alla candidata Donatella Operti

Con la presentazione dei candidati della lista ‘Sant´Albano Insieme’ si è
ufficialmente aperta la campagna elettorale per le comunali 2009. Di seguito 6
domande alla candidata sindaco Donatella Operti.

Qual è stato il suo percorso formativo?
Ho studiato Scienze Politiche: il percorso è stato lungo perché nel frattempo mi
sono sposata, ho avuto due figli, ho insegnato ai corsi per gli insegnanti di
sostegno, ma alla fine ci sono riuscita. Ho scelto l´indirizzo Relazioni
Internazionali e mi sono laureata con 104/110, discutendo una tesi dal titolo
‘L´Europa delle Città’. E´ un lavoro in cui affronto tutti gli aspetti della
vita nelle realtà urbane da quando sono nate fino all´età moderna: se a qualcuno
interessasse l´argomento……

Una bella soddisfazione…
Sì, ma poi mi è venuta l´idea di iscrivermi all´ISSR di Fossano per conseguire
il Magistero in Scienze Religiose. Ho completato la frequenza ai 4 anni di corso
e mi mancano ancora 5 esami per finire poi con la tesi. Da qualche anno faccio
la catechista per i ragazzi delle scuole medie.

Affrontiamo ora un argomento ineludibile: cosa risponde a chi manifesta la sua
perplessità sul fatto che un non vedente possa svolgere un delicato incarico
quale quello di sindaco?
Guardi, all´età di 12 anni, sono stata la prima non vedente in provincia ad
essere integrata nella scuola tradizionale senza insegnanti di sostegno; per
poter consegnare i lavori scolastici quali le verifiche o i compiti in modo
autonomo ho seguito un corso di dattilografia, durante il quale ho imparato a
scrivere come le segretarie, ovvero con una certa velocità e con tutte le dita:
tale abilità mi permette, oggigiorno, di utilizzare strumenti informatici che mi
sono di notevole aiuto. Lo sviluppo tecnologico attuale mi permette di avere a
disposizione telefoni cellulari con la sintesi vocale abbinata a tutte le
funzioni, scanner e quant´altro sempre con sintesi vocale per leggere lettere,
documenti, ecc.

E per ciò che riguarda gli aspetti legali legati alla sua funzione?
Io so firmare in modo leggibile e la mia firma ha lo stesso valore delle altre:
lo sa che esistono, ad esempio, avvocati non vedenti che autenticano, oltre alla
loro, anche le firme altrui. E´ chiaro però che essendo responsabile di ciò che
firmo, incaricherò una persona di fiducia, a mia discrezione, che avrà il
compito di confermarmi la natura e il contenuto del documento che mi troverò
davanti. In questo modo la cittadinanza può star sicura che nulla passerà con
superficialità o sarà firmato in automatico

Come convive con questa sua condizione?
Nonostante i miei problemi, sono riuscita a costruirmi una vita interessante: a
parte la famiglia che ho sempre seguito in modo autonomo, ho molti amici e
conoscenti, ho viaggiato parecchio, ho praticato qualche sport che mi piaceva,
tipo nuoto, sci di fondo e discesa …

Per concludere, quale sarà la cifra caratteristica della sua Amministrazione?
E´ nel nostro simbolo: la stretta di mano e la convinzione che si possono fare
tante cose se si lavora ‘insieme’. Si deve saper ascoltare i bisogni della
gente, le aspettative, i problemi concreti e quotidiani, e solo dopo si possono
prendere decisioni per il bene comune. Noi riteniamo di avere le carte in regola
per fare un buon lavoro, senza interessi particolari, senza ambizioni personali
ma solo per far crescere Sant´Albano, insieme.


mag 05 2009

Riabilitazione Equestre con l’Associazione Ariosto

Tag: Interviste, Pet Therapy e cani guidadaniela @ 6:48 pm

La citta di Genova offre  un importante opportunità nel campo della Pet – Therapy, grazie all’Associazione Ariosto, che si dedica all’ariabilitazione di ragazzi con bisogni speciali, trammite la collaborazione di cavalli e asini.
Abbiamo intervistato per voi, quest’ Associazione, per conoscerla meglio e approfondire i molteplici aspetti che la riabilitazione con gli animali può avere.

Per coloro che ancora non conoscono bene l’associazione Ariosto,
spiegateci in cosa consiste la vostra attività.

L’Associazione Ariosto svolge attività equestri con finalità sportive, ricreative e di
integrazione sociale, in una cornice di riabilitazione, a favore di persone con disabilità
sul piano motorio, cognitivo, sensoriale e relazionale. L’Associazione promuove lo
studio, la ricerca e la sperimentazione scientifica della Riabilitazione Equestre e
contribuisce a sperimentare modelli di partecipazione ed integrazione di persone con
disabilità e dei loro familiari
L’Associazione svolge principalmente attività equestre nei seguenti ambiti di
intervento:
- Attività Ludico-Ricreativa: finalizzata alla valorizzazione degli aspetti ludici,
ricreativi e di integrazione sociale che l’uso del cavallo, il suo accudimento e l’attività.
equestre in genere possono comportare.
- Attività Riabilitativa: attività svolta in convenzione con strutture sanitarie e/o
riabilitative destinata a soggetti con patologia neuromotoria e psichica per i quali
l’equipe medica ritiene idonea, sulla base di un consulto e di un programma ben
definito, l’attività della riabilitazione attraverso l’uso del cavallo.
- Attività Pre-agonistica: corsi di equitazione per la valorizzazione di attitudini
sportive e spirito competitivo compatibile con le caratteristiche dei soggetti.
- Attività Agonistica: lezioni di gruppo e singole finalizzate alla partecipazione a
gare e concorsi ippici.
- Attività per Scuole: realizzazione di percorsi di conoscenza del cavallo e del suo
ambiente in collaborazione con le scuole di ogni ordine e grado.
- Progetti specifici finalizzati alla ricerca e alla sperimentazione scientifica della
Riabilitazione Equestre in collaborazione con Enti ed organismi qualificati quali
Università, Aziende Ospedaliere, etc.
Gli interventi sono a favore di
- Soggetti con disturbi relazionali, comportamentali o disturbi della personalità,
- Soggetti con insufficienza mentale di diverso grado,
- Soggetti sordi e sordomuti,
- Soggetti ipovedenti o non vedenti,
- Soggetti con patologie neuromotorie non evolutive,
- Soggetti che presentano “quadri misti”, in cui il danno di più sistemi (motorio,
cognitivo, psichico) sia contemporaneamente presente,
- Soggetti non disabili in condizioni di svantaggio sociale o relazionale.
Per ciascun utente viene predisposto un Progetto Educativo Individuale (PEI)
dall’equipe tecnica dell’Associazione costituita da professionisti con specializzazioni
differenti e specifica formazione equestre.

Per chi non conosce ancora ippoterapia e l’onoterapia , che
benefici si può ricevere da questa collaborazione ?

L’onoterpia e l’ippoterapia possono essere considerate due forme di aiuto per lo
sviluppo della personalità, delle attività cognitive, della mobilità, delle funzioni degli
arti, del linguaggio e della comunicazione verbale e non, per soggetti disabile e
soggetti in condizioni di svantaggio sociale o relazionale.
Queste due tecniche sono molto utili per rafforzare l’autostima, attraverso l”approccio
rassicurante offerto dal cavallo o dall’asino che consente di superare lo stress continuo
della valutazione e del giudizio degli altri. Il contatto diretto con l’animale è molto
piacevole e rende questo momento una vera e propria fonte di “benessere emotivo”
per chi gli sta vicino.

Come è iniziata la cooperazione con l’Istituto David Chiossone di
Genova?

La collaborazione con l’istituto David Chiossone nasce nei primi anni ‘80 dal progetto
“H Sport” della Uisp provinciale di Genova, dove l’associazione Ariosto è tutt’ora
affiliata e dove si occupa del settore di Equitazione per i ragazzi disabili nella
Provincia.

Parlateci nel dettaglio in cosa consiste il “progetto carezza”

Il Progetto Carezza è un progetto portato avanti da ormai 15 anni di collaborazione
con l’Istituto David Chiassone ONLUS, a favore di circa 8 utenti ciechi e ipovedenti del
Centro di riabilitazione visiva Chiossone, sotto la guida di professionisti con
specializzazioni differenti e specifica formazione equestre:
- Istruttori Tecnici Federali Specializzati nella Riabilitazione Equestre della F.I.S.E.
(Federazione Italina Sport Equestri – Dipartimento di Riabilitazione Equestre),
- Istruttori di equitazione C.I.P. Comitato Italiano Paraolimpico (ex F.I.S.D.
Federazione Italiana Sport Disabili),
- Istruttori sportivi
L’ippoterapia per il disabile visivo consiste :
- esperienza dell’ambiente esterno il Maneggio
- relazione affettiva con il cavallo
- conoscenza dell’animale attraverso il tatto
- cura di un essere vivente
- controllo e guida del cavallo
- molteplici stimoli propriocettivi
- acquisizione dell’orientamento nello spazio
- sviluppare l’autonomia
- Acquisizione e mantenimento delle competenze
Nel settembre 2008 si è aperto anche il Progetto “Spirit” per il polo grave del
Chiossone e il Centro la Giostra.

Quali tecniche usate nei non vedenti e ipovedenti nello svolgere
l’ipoterapia?

Il lavoro a terra viene gestito e seguito in base alle attitudini del soggetto con
naturalezza, grazie anche al tipo di preparazione che gli operatori di Ariosto hanno
seguito: il rispetto dei tempi, dell’ individuo e del cavallo, sono alla base della filosofia
del nostro Centro.
Le lezioni di equitazione intendono sviluppare e affinare la motilità sottile attraverso la
conoscenza delle attrezzature da utilizzare per la cura, la pulizia e la bardatura del
cavallo. Rafforzare il senso dell’orientamento spaziale attraverso semplici esercizi
equestri.
Affinare le capacità esterocettive e propriocettive attraverso giochi che esercitino
all’ascolto del proprio corpo e alla gestione dello stesso in percorsi spazio temporali.
Gli obbiettivi fissati vengono raggiunti attraverso un percorso ludico che porta alla
conoscenza prima dell’ambiente circostante “Il maneggio” e successivamente degli
“strumenti di grooming” e delle modalità di approccio e di gestione del cavallo: come
ci si prende cura di questo animale, cosa mangia, come si pulisce, come si monta in
sella, cosa sono i finimenti.

L’Associazione Ariosto inserisce i ragazzi autistici del progetto
“Biru Biru”, al fine di svolgere una terapia ludico-esplorativo,
socializzante, quali risultati ha prodotto su questi ragazzi?

Il Progetto Biru Biru nasce nel 1996 per idea dell’associazione Ariosto in
collaborazione con l’ANGSA Liguria e ha voluto affrontare nello specifico il tema del
“tempo libero” attraverso azioni correlate fra loro atte a migliorare la qualità della vita
delle persone autistiche.
Sono stati osservati 9 soggetti autistici di età compresa tra i 13 e i 35 anni di età che
si sono alternati nelle varie uscite.
Le problematiche alle quali il progetto ha contribuito a rispondere sono, in sintesi:
- l’emarginazione dei soggetti autistici e delle loro famiglie
- l’estrema difficoltà di comprensione del fenomeno dell’autismo e delle disabilità
psichiche e cognitive
I risultati sono stati ottimali confermando le nostre aspettative, ossia quelle che il
soggetto autistico può svolgere qualsiasi attività propostagli rispettando i tempi a lui
necessari. Si è riscontrato anche che i soggetti tra di loro, interagivano, con momenti
di aiuto tra di loro, dimostrandosi estremamente socievoli e intraprendenti.

Le differenze sostanziali tra l’approccio del paziente con cavallo o
con l’asino e con quale dei due animali è più difficile instaurare un
rapporto di fiducia ?

L’onoterapia è una tecnica che utilizza l’asino come strumento terapeutico,
l’ippoterapia usa il cavallo come strumento principale.
L’asino a differenza del cavallo, può essere particolarmente indicato per la cura dei
disturbi della personalità. Grazie alle sue caratteristiche fisiche ridotte rispetto al
cavallo e di comportamento risulta essere un mezzo più che valido per l‘approccio con
l’animale e per riconquistare la fiducia in se stessi. Grazie al suo temperamento
mansueto, la taglia ridotta, il carattere paziente e la lentezza dei movimenti, fanno si
che il contatto con il cavallo sia dolce e rilassante, puo capitare infatti che il
relazionarsi con il cavallo dovuto anche alle sue dimensioni, occorra piu tempo per un
giusto intervento….

All’inizio ci può essere diffidenza nel ragazzo verso l’animale,
come affrontate tale problematica?

Con molta cautela, l’animale non viene mai avvicinato se non prima di una conoscenza
da parte del ragazzo con il mondo equestre inteso come le attività e con gli animali
che girano attorno al Centro.
Dopo un attento esame dall’equipe tecnica si inizia guidato dall’istruttore di
riferimento a prendere conoscenza tattile e visiva con l’animale cavallo o asino che
sia, e piano piano si inizia a creare un rapporto attraverso la pulizia, o il selvaggio,
questo approccio può variare notevolmente dal soggetto che si va ad interagire
creando una sensazione piacevole e disponibile o un atteggiamento di paura e ansia,
tutti stati d’animo monitorati e valutati dal professionista che si relazione in base alle
risposte che si vengono a creare.

Il progetto ” Hip Hop” è proponibile a tutte le Scuole di ogni
ordine e grado, interessate, a portare nel proprio Istituto, ai suoi
alunni diversamente abili, il mondo dell’equitazione con lezioni
pratiche e teoriche, come si è evoluta negli anni questa attività?

Il “Progetto Hip Hop” si è sviluppato negli anni scolastici 2002-2003 e 2003-2004 in
collaborazione con l’Istituto Professionale Marco Polo, per alcuni dei suoi alunni
diversamente abili, presenti nell’istituto in quegli anni.
Questa è stata la prima esperienza di Riabilitazione Equestre in una Scuola Statale
Ligure.
Il Progetto si è sviluppato dal mese di marzo al mese di maggio presso la nostra sede
operativa a Bavari nelle ore mattutine (10.00-12.00) sotto la guida dei professionisti
dell’associazione Ariosto e con l’aiuto e la supervisone degli insegnanti di sostengo
dell’Istitut. Il progetto è stato sviluppato in tre fasi:
la prima riguardava la parte teorica con fasi e nozioni di teoria, simulazioni pratiche,
disegni, elaborati scritti, la seconda si svolgeva con l’aiuto diretto del cavallo, ossia la
cura e la conoscenza del cavallo, la terza era rivolta alla pratica equestre con momenti
di socializzazione ed integrazione con i restanti compagni di classe
E’ senza dubbio un progetto che si può estendere a tutti gi Istituti genovesi di
qualsiasi ordine e grado comprese le scuole elementari che abbiano al loro interno
soggetti disabili e normodotati che vogliono avvicinarsi al mondo equestre.
Naturalmente ogni progetto deve essere analizzato dettagliatamente dal responsabile
che può sviluppare linee guida differenziate in base alle esigenze dell’istituto.

Come si avvicinano i ragazzi del centro all’attività agonistica ?

Dopo un attenta selezione, da parte dell’equipe tecnica Ariosto, che sceglie e valuta i
ragazzi che abbiano raggiunto a cavallo una padronanza e una sicurezza tale da
consentirgli di cimentarsi nel campo sportivo agonistico; l’atleta viene accompagnato
dagli istruttori di equitazione del Comitato Olimpico Parolimpico (CIP), in
manifestazioni e gare in ambito F.I.S.E. (Federazione italiana Sport equestri) e S.O.I.
(Speciali Olympic italia), nelle varie Regioni di Italia.

l’Associazione ARIOSTO organizza, parallelamente alle attività
ordinarie, gite soggiorni estivi ed invernali per ragazzi autosufficienti,
parlateci di come pianificate tali eventi?

La pianificazione avviene principalmente sulla base della disponibilità degli istruttori
Ariosto che prestano servizio gratuitamente per questi soggiorni, per consuetudine
due soggiorni settimanali l’anno e alcuni weekend utili alla valutazione del gruppo e
dei nuovi inserimenti per queste iniziative. Si valutano così i partecipanti che variano
da un minimo di 7 ragazzi a un massimo di 14 ragazzi, tutti autosufficienti, e che
frequentino il nostro centro da ormai 1 anno.
Ogni gita/soggiorno è studiata nei minimi dettagli in modo di garantire ai partecipanti
oltre alla sicurezza il massimo divertimento.

Per contattare l’associazione vai sul sito:

http://www.assariosto.org/

intervista realizzata a quattro mani da Daniela e Lucio


mag 05 2009

Bastone elettronico per nonvedenti

Presentato in anteprima in Italia il nuovo sistema di orientamento in strada per i non vedenti.

L´iniziativa è sostenuta dai Lions Club che vogliono creare in città il centro nazionale di addestramento e formazione

VERONA. Si chiama «tom pouce» e rappresenta una svolta nel settore degli ausili

per le persone cieche e ipovedenti. Grande più o meno come un pacchetto di

sigarette, applicato a un bastone per ciechi, diventa una rivelatore di ostacoli

e permette a chi lo impugna di evitarli. Il bastone bianco elettronico, come si

chiama l´innovativo ausilio, è la traduzione italiana della «canne blanche

eletronique», apparecchio nato in Francia da un brevetto elaborato all´istituto

nazionale della ricerca, l´equivalente del nostro Cnr. Dotato di navigatore

satellitare, come i tom tom per l´auto, ha un dispositivo a raggi infrarossi (ma

in futuro sarà un laser) in grado di captare la presenza di ostacoli (e di

vuoti) sul percorso dell´utente, che sarà così in grado di regolarsi prima di

sbattervi contro il bastone. In questo modo si agevola notevola il procedere per

strada o in un luogo chiuso, della persona non vedente.

A finanziarne la sperimentazione tra i non vedenti e anche la distribuzione,

oltre che la necessaria formazione, sono i Lions Club, prima in Francia e ora a

Verona. Ieri, nella sede dell´Associazione nazionale ciechi e ipovedenti, in via

Trainotti, alla presenza del governatore Lions del distretto Ta1 108, dottor

Gianmarco Sciacchero, e di altri rappresentanti dei Lions Club scaligeri, è

stato presentato per la prima volta in Italia il nuovo bastone bianco

elettronico, che verrà sperimentato tra le persone cieche residenti a Verona e,

in futuro, anche di altre province.

«Il nostro obiettivo», spiega il dottor Sciacchero, «è creare a Verona una

centro nazionale di riferimento e addestramento per l´utilizzo di questo

importante ausilio, in modo da poter allargarne il più possibile l´utilizzo. I

Lions Club, già impegnati a fornire cani guida ai ciechi, in futuro manterranno

il loro impegno, secondo il loro motto “we serve” fornendo a titolo gratuito, il

bastone elettronico ai non vedenti».

«Un importante passo in avanti sul cammino dell´autonomia dei ciechi», ha

ribadito il presidente provinciale dell´Uic, Maurizio Mariotto, sottolineando il

fatto che, prima di diffondere questo nuovo ausilio «si sia voluto sentire il

parere delle persone non vedenti, per le quali talvolta si fanno grandi progetti

ma che poi si rivelano inapplicabili perchè non si sono prima sentite le loro

vere necessità».


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